venerdì 3 febbraio 2012

Gli ultimi Figli di Golkar (Parte 1)


I superstiti figli di Golkar avanzavano nella boscaglia a passo veloce, quasi correndo. Bakuras, il capo del gruppo nominatosi per anzianità, li spronava di continuo a suon di minacce..
«Avanti Terlea! Stai facendo rallentare tutti. Vuoi che i dnor-ol-kon ci prendano? Vuoi forse assaggiare il fuoco verde? Vuoi vederci tutti bruciare come sterpi? Per Tylika e per gli spiriti di tutti i tuoi avi, muovi quei ramoscelli senza nerbo che hai per gambe!»
Punta nell’orgoglio, Terlea cercò dentro di se le forze per ubbidire. Teneva gli occhi fissi sulla schiena di Nadìa che la precedeva ma nella sua mente immaginava se stessa bruciare avvolta da fuoco verde, lo stesso fuoco che aveva visto, tre notti prima, avvolgere sua madre e molti uomini e donne del clan.
Cercò la forza, ma dentro di se trovò ben poco da cui attingere. Nemmeno il ricordo delle atrocità cui era stata testimone serviva più. Era stremata. Ogni parte del corpo le urlava contro con la voce del dolore, ben più crudele di quella di Bakuras, implorandola di fermarsi e riposare. Marciavano spediti dalle prime luci dell’alba e si erano fermati solo per due brevi soste. Poco cibo, pochissima acqua. Bakuras sosteneva che bisognava mangiare e bere poco, che più si era leggeri, più si viaggiava veloci. Doveva essere la paura la loro più grande fonte di energia.
E la paura li spingeva e manteneva vivi, la paura e la speranza di raggiungere in fretta la loro meta, il luogo sicuro promesso da Bakuras in cui avrebbero non solo trovato protezione, ma gente pronta ad aiutarli a vendicare quanto successo al clan dei Golkar-da.
Si sentì un gemito e poi un tonfo in parte soffocato dal manto di sterpi e muschio che copriva il terreno. Cercando di non rallentare ulteriormente il passo, Terlea si guardò alle spalle per vedere cosa fosse successo e vide Bakuras fermo con lo sguardo fisso su un corpo accasciato al suolo.
Nimoee era caduta un'altra volta.
Felthri tornò velocemente indietro per soccorrere sua sorella. La ragazza, come sempre ultima del gruppo, seguita solo da Bakuras, era caduta in avanti, la faccia sprofondata nell’umido terreno. Non sembrava dare segno di potersi rialzare ne di volerlo fare.
«Fermi!» urlò Bakuras. Tutti, da Garren che apriva la fila, a Terlea che era l’ultima di quelli ancora in movimento, si arrestarono. Terlea ringraziò mentalmente Nimoee per quella sosta imprevista, sospettando che anche gli altri stessero facendo altrettanto, anche se non lo avrebbero mai fatto ad alta voce. La debolezza di Nimoee dovea essere solo disprezzata. Farne una scusa a proprio vantaggio avrebbe significato ammettere di essere a propria volta deboli.
Da dove era crollata a terra esausta, Terlea vide Feltrhi afferrare Nimoee per un braccio e sollevarla senza alcuna delicatezza.
«Nimoee! La devi smettere di rallentarci tutti! Sei la più lenta! La più goffa di tutti» le urlò in faccia. «Vuoi che ci raggiungano? Vuoi essere la responsabile della morte di tutti noi?» continuò, incurante dallo sguardo atterrito e sfinito della ragazza che, stremata, sembrava non solo non avere le forze di rispondere, ma nemmeno quelle per reggersi in piedi.
«Smettila Feltrhi» disse Bakuras avvicinandosi. Terlea notò che il loro giovane capo non appariva minimamente stanco o provato dalla marcia forzata. Il suo respiro era regolare, il suo corpo non presentava tracce di sudore e si muoveva con estrema naturalezza, come se si fosse appena svegliato dopo una notte di assoluto riposo. «Ci fermiamo per un po’. Aspettiamo che Memolch ci raggiunga poi ripartiamo. Sia ben chiaro: non accetterò altre soste fino al calar della notte.»
Nessuno levò obiezioni.
Terlea si trascinò verso Nadìa che si era seduta poggiando la schiena al grosso tronco di un olmo.
«Come stai?» chiese la sorella maggiore passandole la borsa di pelle con gli avanzi di cibo.
«Malissimo» rispose Terlea ancora ansimante. Frugò nella borsa trovando un pezzo di pane secco, una mela mangiata a metà e tre tuberi che ne lei ne la sorella avevano osato toccare. Mangiati crudi erano orribili, al limite del vomito ma non volendo azzardarsi ad accendere fuochi, non potevano cucinarli in alcun modo.
«Tu non mangi?» chiese spezzando il pane a metà e passandone un pezzo alla sorella. Nadìa lo prese ma si limitò a rigirarselo tra le mani.
«Non ho molto appetito» disse.
«Mangia qualcosa, Nadìa!» disse Bakuras passando loro vicino senza fermarsi. Mentre si allontanava, in direzione di Brychan, aggiunse: «Ti voglio in forze. Se non mangi diventerai debole e i deboli… soccombono.» Non c’era rimprovero nelle sue parole, ne ombra di minaccia. Solo, e forse era peggio, crudo e tragico realismo.
Nadìa ubbidì e addentò il tozzo di pane. Era sempre così, rifletté Terlea. Se era Bakuras a dirlo, Nadìa eseguiva all’istante e senza obiezioni e Terlea era certa che non dipendesse solo dal fatto che Bakuras era il capo, i cui ordini vanno sempre eseguiti. C’era dell’altro. Bastava osservare attentamente come Nadìa lo guardava, ogni volta che lui era nei paraggi.
«Piantala!» si sentì urlare. Rendendosi conto di aver attirato l’attenzione di tutti, Feltrhi abbassò la voce mentre aiutava la sorella a ingoiare qualcosa.
Telrea sospettò che Nimoee, come ormai faceva dall’inizio di quella fuga, stesse pregando il fratello di lasciarla lì. Non posso farcela, l’aveva sentita piagnucolare. Non voglio che siate catturati per colpa mia. Non ce la faccio. Lasciatemi qui e continuate voi. Io non valgo nulla.
Patetica, la definiva Nadìa e Tarlea non poteva che concordare. Avrebbero dovuto lasciarla indietro da un pezzo. Bakuras nemmeno la esortava più, ne con insulti ne con minacce. Era una battaglia persa in partenza e la ragazza dall’occhio bianco li stava rallentando parecchio. Senza di lei sarebbero probabilmente già arrivati al villaggio del clan Fialmann, loro agognata meta.
«Provi disprezzo per lei?» chiese all’improvviso Nadìa indicando con un gesto del mento Nimoee e Tarlea si rese conto che la sorella la osservava già da un po’ e doveva aver intuito i suoi pensieri.
«Si!» rispose Tarlea senza esitare. «Per colpa sua siamo più lenti.»
Nadìa la guardò per un istante poi, gelando il sudore che ricopriva il corpo di Terlea, sorrise malevola e disse: «Dovresti essere grata alla dea che lei è con noi. Se non ci fosse lei, saresti tu la più lenta di tutti!» poi Nadìa prese un piccolo sorso d’acqua dall’otre che portava al fianco.
La verità nelle parole della sorella colpì Terlea come un pugno allo stomaco. Si volse a guardare Nimoee e suo fratello Felthri ripensando alla viaggio fino a quel punto. Bakuras aveva rimproverato spesso Terlea, ma almeno gli altri avevano guardato a Nimoee con disprezzo, non a lei. Se fosse toccato a lei subire quegli sguardi accusatori e sprezzanti, probabilmente non avrebbe retto. Forse sarebbe crollata. Forse.
Distogliendo lo sguardo Tarlea si volse a cercare Bakuras e lo vide, poco distante, parlare con Memolch. Telrena noni era nemmeno accorta che il ragazzo, lasciato di retroguardia, li avesse già raggiunti. Ma con Memolch era sempre così: tanto veloce quanto silenzioso e, di tutti loro, quello con l’udito più fine e la vista più acuta. Non per nulla Bakuras aveva incaricato lui di rimanere dietro per scorgere eventuali segni di inseguitori. E il figlio di Mulray, ultimo capo del clan dei Golkar-da, un giorno sarebbe stato uno dei più grandi cacciatori del clan. Restava solo da stabilire quale clan.
Memolch e Bakuras stavano parlando a bassa voce e Terlea non poteva sentire cosa si stessero dicendo. In quel momento anche Garren si avvicinò ai due e poco dopo la conversazione divenne più animata attirando l’attenzione di tutti.
«Se andiamo avanti così ci raggiungeranno!» disse Garren rivolgendosi a Bakuras. «Lascia che qualcuno vada avanti. Il villaggio dovrebbe essere orami vicino. Se vado io, posso raggiungerlo già stanotte.»
«Tu mi servi qui. Se ci raggiungono, io da solo non posso difendere tutti!» rispose Bakuras con un tono che non ammetteva repliche.
«Allora manda Felthri. È veloce. Se riesce a convincere i guerrieri del clan Fialmann a venirci incontro, avremo maggiori possibilità di farcela!»
«Senza Felthri, Nimoee non ce la farebbe. E non voglio lasciare indietro nessuno, te l’ho già detto!»
«Andrò io!» disse Brychan alzandosi. La ragazza aveva la stessa età di Garren e solo un ciclo di stagioni meno di Bakuras. Era alta e forte. Di certo, la più forte delle femmine di quel piccolo gruppo di disperati. Terlea la invidiava tanto quanto Brychan disprezzava lei. Un disprezzo nato da alcune stagioni e che Terlea aveva avuto modo di comprendere solo in quei tre giorni di fuga: la ragazza la odiava per il semplice fatto di essere la sorella di Nadìa e il motivo erano le attenzioni che Bakuras dispensava a Nadìa. Evidentemente, aveva dedotto Terlea, anche lei desiderava quelle attenzioni e ne era profondamente gelosa.
Bakuras rimase un attimo a riflettere osservando Brychan. Poi scosse il capo. «No. È troppo rischioso. Insieme abbiamo maggiori possibilità di farcela tutti» sentenziò.
«È una follia! Ci faranno raggiungere» tuonò Garren facendo un gesto con la mano verso sinistra dove si trovavano Nadìa, Terlea, Nimoee e Felthri. Terlea si chiese se con quel gesto il giovane cacciatore intendesse comprendere tutti loro o solo la debole Nimoee. Optò però per la prima ipotesi.
«Se sono vicini come sostiene Memolch, ci raggiungeranno e significa che ci stai condannando tutti!»
Bakuras non rispose. Le parole di Garren erano sensate non poteva certo negarlo. Terlea si chiese se la decisione di Bakuras non avesse il solo senso di contrastare le parole di Garren. Tra i due non correva certo simpatia. Il più giovane invidiava palesemente la posizione di comando del più anziano e non era la prima volta che cercava di mettere in cattiva luce le sue scelte. Terlea era però più propensa a dar ragione a Bakuras: erano un gruppo. Erano, con ogni probabilità, gli unici membri del clan Golkar-da superstiti. Erano gli ultimi figli di Golkar. Dovevano restare uniti e aiutarsi a vicenda.
«Basta» disse Bakuras. «Restiamo uniti. Non voglio sentire altro» e si allontanò da solo verso un alto albero dove, poggiando una mano al tronco, rimase a riflettere dando loro le spalle. Quasi subito Brychan lo raggiunse e i due iniziarono a parlare senza poter essere uditi.
Terlea vide che Nadìa li osservava sospettosa. Fece finta di nulla e si alzò e, dopo aver afferrato l’otre della sorella, si avviò verso Felthri e Nimoee poco distanti.
Nimoee era accasciata tra le braccia del fratello che la sosteneva con un braccio dietro le spalle. La ragazza aveva gli occhi chiusi e un espressione di profonda sofferenza sul volto.
«Tieni» disse Terlea porgendo l’otre a Felthri. «Dalle un po’ di questo. All’acqua sono state mischiate bacche di jednas. Le daranno un po’ di forza.»
Felthri prese l’otre. Nel farlo sfiorò intenzionalmente la mano di lei. «Grazie» le disse, poi porse l’ugello dell’otre alle labbra secche e livide di Nimoee che, sentendo il liquido inumidirle la bocca, iniziò a bere avida. Felthri le impedì di bere troppo e riconsegnò l’otre a Terlea con un sorriso. «Sei molto gentile con noi» le disse.
Terlea ricambiò il sorriso ma la sua espressione cambiò spostando lo sguardo sul viso di Nimoee. La ragazza aveva aperto gli occhi e la stava fissando. Il suo occhio sinistro aveva l’iride completamente bianco, lattiginoso. L’altro era di un blu profondo e cupo. Era nata così e dall’occhio bianco Nimoee sosteneva di non poter vedere nulla. Ma nel clan girava voce che con quell’occhio la ragazza fosse in grado di vedere gli astrali e i gheas, gli spiriti dei morti e gli spiriti dei vivi. Un brivido percorse la schiena di Terlea. Si chiese cosa stesse vedendo ora fissando quell’occhio su di lei e il disprezzo che provava per la ragazza si trasformò presto in inquietudine e timore.
«In piedi!» disse improvvisamente Bakuras. Tutti obbedirono compresa Nimoee seppur con l’aiuto del fratello.
«Memolch rimani indietro come al solito. Fai attenzione. Gli altri in marcia. Niente più soste fino al calar della notte o fino al villaggio. E per gli dei del cielo e della terra, pregate che si avveri prima la seconda delle due cose.» Senza aggiungere altro attese che tutti si rimettessero in cammino poi, come al solito, si avviò chiudendo la fila.
Terlea affiancò la sorella e le riconsegnò l’otre.
«Non avresti dovuto sprecare lo jednas abbeverando Nimoee…» le disse.
«Tu non lo avresti fatto per me?» chiese Terlea. Nadìa la scrutò per un attimo ma non rispose.
Si rimisero in cammino e non parlarono più, risparmiando il fiato per la marcia.

La notte scese rapida nel sottobosco, prima allungando e infittendo le ombre, poi addensandole tanto da renderle impenetrabili. Quando avanzare iniziò a essere troppo pericoloso, Bakuras ordinò al gruppo di fermarsi.
Quasi tutti si accasciarono stremati nel punto in cui si trovavano. Solo Bakuras e Garren rimasero in piedi. Il primo non dava segno di alcuna stanchezza e iniziò a controllare, per quanto la scarsa luce lo permettesse, la zona circostante in cerca di pericoli o qualsiasi cosa potesse essere utile al gruppo. Garren, seppur ansimante, non volle evidentemente essere da meno di Bakuras e rimase in piedi ancora un po’. Quando evidentemente ritenne di non aver più bisogno di dare sfoggio della propria forza, si avvicinò a un masso coperto di muschio e si sedette vicino a dove si erano lasciate cadere Tarlea e Nadìa. «Gli dei non hanno ascoltato le nostre preghiere evidentemente…» disse.
Terlea vide Nadìa fulminare il ragazzo con lo sguardo. Questi le rispose con un sorriso ironico. Nadìa si innervosiva ogni volta sentiva criticare Bakuras e Garren non perdeva occasione per stuzzicarla in quel modo.
Bakuras non sentì il commento di Garren, o comunque fece finta di nulla e si spostò al centro del gruppo. Passò rapidamente lo sguardo su tutti poi disse: «Come al solito, Felthri tu e io faremo il primo turno di guardia. Garren e Brychan ci daranno il cambio. Le sorelle» e indicò Tarela e Nadìa, «faranno il turno solo se qualcuno non riuscirà a stare sveglio.»
Terlea pensò che era una fortuna che Bakuras avesse impostato quei turni fin dalla prima notte. Sia Garren che Brychan erano troppo orgogliosi per non finire il turno e ne Nadìa ne tantomeno Terlea erano mai state svegliate, godendo di un maggior numero di ore di riposo. Memolch, essendo la retroguardia del gruppo, doveva avere i sensi ben allerta e Bakuras aveva deciso si sollevarlo dai turni di guardia perché riposasse più a lungo. Ovviamente Garren aveva avuto da ridire, sostenendo che proprio i sensi acuti di Memolch avrebbero fatto la differenza se fossero stati raggiunti di notte. L’ennesimo battibecco tra i due adulti del gruppo si era risolto ancora a favore di Bakuras che si era imposto sfruttando la propria anzianità.
Terlea lo stimava profondamente per il suo carattere deciso e forte. Se, dopo tre giorni di fuga, erano arrivati fin lì senza essere raggiunti, era merito suo. Inoltre il suo corpo era ormai quello di un uomo: il viso indurito da un velo di barba, i capelli nerissimi e ondulati lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi, le braccia muscolose e abbronzate con mani forti che portavano la lancia con la naturalezza di un vero cacciatore. Era piacevole da guardare. Un piacere che Tarlea non si era mai accorta di provare guardando gli uomini o i ragazzi del villaggio. Di certo, se un clan fosse ancora esistito, Bakuras sarebbe stato un uomo ambito da molte femmine appena entrato a pieno titolo nella cerchia dei cacciatori. Notò che anche Nadìa stava fissando Bakuras e provò a immaginare quali fossero i suoi pensieri e i suoi desideri.
Nadìa non aveva mai nascosto a nessuno di essere attratta da Bakuras. I loro genitori erano anche stati ben felici di una loro possibile unione poiché il ragazzo prometteva di divenire uno dei migliori cacciatori e guerrieri del clan mentre lei, robusta e forte, sarebbe stata di certo una prolifica madre. Si era perfino già stabilito il giorno in cui le famiglie avrebbero dato notizia della loro futura unione al resto del clan. Purtroppo quel giorno non era arrivato. Erano arrivati prima i dnor-ol-kon.
Tarlea passò lo sguardo dal volto della sorella a quello di Brychan, poco distante ma quasi invisibile nell’oscurità. Entrambe anelavano le attenzioni di Bakuras come il fuoco anela il legno per non estinguersi. Il giovane capo non sembrava dare peso alla cosa, preferendo concentrare le energie sulla fuga e la salvezza dei pochi superstiti, ma più di una volta lo aveva visto lanciare occhiate furtive e vaghi sorrisi a Nadìa.
Erano rimasti in pochi, pensò Terlea. Cinque maschi e quattro femmine. Davvero solo loro avrebbero potuto impedire la totale estinzione del clan fondato dal grande cacciatore Golkar? E se davvero doveva essere così, chi tra quei maschi avrebbe generato i suoi figli?
Il filo dei pensieri di Terlea fu spezzato dalla ferrea voce di Bakuras.
«Venite qui» disse mettendosi in ginocchio. Iniziò a spazzare l’area di terreno di fronte a lui, liberandolo da sassi, foglie, e sterpaglie. Mentre tutti si avvicinavano e si sedevano attorno a lui, Bakuras distese il panno di lino che teneva avvolto attorno alla lancia.
Senza che dovesse chiederlo, tutti presero le proprie sacche e vuotarono il contenuto sul panno. Oltre ai tuberi e la mela mezza morsa delle sorelle, le scorte di cibo dei figli di golkar consistevano in quattro tozzi di pane, sei strisce di carne secca e salata, tre mele integre, una crosta di formaggio e una discreta quantità di noci.
«Non è molto, ma per stasera basterà» disse Bakuras, «domani mangeremo meglio.»
I figli di Golkar si divisero il desco il più equamente possibile nel silenzio quasi totale. Erano tutti molto stanchi, anche chi, stoicamente, tentava di non darlo a vedere.
Nimoee, nonostante le richieste di Bakuras e del fratello, mangiò pochissimo, solo tre o quattro noci. Aveva l’aria sfinita e prima che gli altri avessero finito di mangiare, si era già distesa e assopita. Felthri l’aveva subito coperta con il mantello di lana scura trovato nel capanno da caccia il primo giorno di fuga, la stessa casa dove avevano trovato la maggior parte delle scorte di cibo e la lancia portata ora da Garren. L’unica altra arma era la lancia di Bakuras, recente dono di suo padre che il giovane capo portava con fierezza.
I Golkar-da si erano chiesti chi fosse il proprietario della capanna e dove potesse essere, ma non avevano voluto ne potuto aspettarne il ritorno temendo l’inseguimento dei dnor-ol-kon. Bakuras aveva lasciato però un messaggio inequivocabile: con un pezzo di pietra affilata aveva inciso tre linee collegate, molto simili a un fulmine, su uno dei tronchi della porta d’ingresso.
Bakuras mangiò poco. Lanciava sguardi indagatori tutt’attorno, come se i loro inseguitori potessero piombare loro addosso prendendo forma dall’oscurità stessa. Inoltre continuava a sussurrare: «Dove è finito Memolch?»
La smise solo quando Memolch arrivò, silenzioso come la notte, e si sedette con loro a mangiare quel che restava, assicurando che gli inseguitori non erano vicini e che dovevano essersi fermati anche loro per la notte.
«Forse hanno desistito» disse Garren, attirandosi gli sguardi speranzosi di molti.
«Ma forse no» aveva risposto Bakuras facendo ripiombare tutti nella bieca e sconfortante realtà. «Il piano non cambia. Andiamo dai fialmann e ci rimettiamo al loro onore. Non potranno rifiutarsi di accoglierci e aiutarci.»
Terlea riuscì a mangiare abbastanza da non sentire più i morsi della fame. Non era certo sazia e avrebbe dato la vita per una scodella di stufato di lepre fatto da sua madre o un po’ di prosciutto e un tozzo di pane fresco e non secco, ma almeno non si sentiva più vuota come un pozzo ormai prosciugato. Alla fine, stanca e affranta come non si era mai sentita, sistemò la sacca sotto la guancia e si rannicchiò pronta a lasciarsi accogliere dal sonno.
Avrebbe dormito fino al mattino se non fosse stata svegliata da qualcuno che le si era avvicinato molto. Troppo.
Terlea fece per alzarsi ma una mano le si posò sulla spalla mentre un soffio leggero vicino l’orecchio le chiedeva di non far rumore. La figura indistinta dall’oscurità si sdraiò dietro di lei e un braccio la avvolse all’altezza del petto. Terlea avrebbe voluto schizzare in piedi come un furetto sorpreso nei pressi del pollaio, ma qualcosa la trattenne dove era, qualcosa di caldo che le stava nascendo dentro lentamente.
«Fa freddo stanotte. In due ci si tiene al caldo» sussurrò piano una voce all’orecchio di Terlea.
In una tempesta di sensazioni nuove e contrastanti, in balia del freddo della notte ma scaldata del calore del corpo di Felthri, angosciata dalla paura di un inseguitore crudele e implacabile ma confortata dalla sensazione di protezione che quell’abbraccio le offriva, intimorita da gesti che non aveva mai assaporato ma decisa ad abbandonarsi ad essi come un uomo che mentre sta per affogare si aggrappa disperato ad un tronco, Terlea si volse piano rispondendo all’abbraccio.
La notte passò più veloce e molto meno fredda.

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