domenica 24 giugno 2012

Gli ultimi Figli di Golkar (3)

Il villaggio del clan Fialmann sorgeva su un pianoro e, dal basso, non era visibile là dove figli di Golkar si erano appostati.
Nascosti dalla boscaglia sul fianco sinistro del pendio che scendeva dal villaggio verso il fondo valle dove scorreva un rapido torrente che Memloch aveva identificato come lo stesso vicino cui avevano sostato quella mattina. Una strada serpeggiante saliva il pendio costeggiata da pascoli brulli o da zone coltivate su terreno modellato a gradoni. I Fialmann avevano una predilezione per la coltivazione delle viti: gli ampi gradoni erano quasi tutti occupati da semplici strutture fatte con pertiche e corde di canapa che permettevano al rampicante privo di nerbo, di crescere. I pascoli erano invece stati lasciati aspri e l'erba vi cresceva rigogliosa permettendo ad alcune capre di pascolare isolate. Un paio di typhob avevano scavalcato gli steccati che proteggevano alcuni filari di vite e stavano lautamente pasteggiando con le sue foglie. 
Alle spalle del pianoro, il villaggio era protetto dal repentino innalzarsi dei contrafforti dei monti Wyrmcrest: ripide pareti rocciose che solo agili capre di montagna avrebbero potuto discendere con sicurezza mentre a nord e a sud creste boscose si allungavano chiudendo il villaggio in un abbraccio quasi completo che prometteva sicurezza e il cui unico sbocco era il pendio verso il torrente. La stretta valle così formata era esposta in modo che Zavon, nel suo percorso giornaliero lungo il sentiero nell'immenso cielo blu, la inondava con i sui raggi per buona parte della giornata.
Terlea, perplessa, cercò nella valle segni di vita ma non ne trovò alcuno. Nessun segno di pastori o agricoltori sul pendio. Nessun segno di cacciatori o vedette al limitare dei boschi. Nessun filo di fumo a indicare la presenza di un focolare acceso in una qualsiasi delle case lassù sul pianoro. L'unico segno di vita era rappresentato dalle poche bestie al pascolo.
«Qualcosa non va» disse Felthri. «Dove sono i Fialmann? Non c'è nessuno a prendersi cura delle bestie? Non c'è nemmeno traccia di un cane pastore...»
«Forse sono tutti morti. Forse i dnor-ol-kon sono già arrivati anche qui» disse Llyrd gemendo, quasi fosse sul punto di mettersi a piangere.
Bakuras, immobile con la lancia ben salda nella mano destra, era silenzioso e impassibile mentre scrutava verso l'alto, verso il pianoro e il villaggio nascosto. Aveva spinto il gruppo lungo il corso del torrente seguendo la pista trovata da Memolch, sicuro di trovare nei Fialmann un aiuto e un riparo per tutti loro. Davanti a un villaggio che pareva svuotato da ogni suo abitante, quella certezza parve a Terlea precaria come un cumulo di cenere al vento. Si chiese se il giovane capo avrebbe retto a una delusione simile, soprattutto dopo il litigio tra Nadìa e Brychan e il manifestarsi degli strani poteri di Nimoee.
«Garren deve essere già arrivato. Forse sono tutti riuniti ad ascoltare quello che è successo al nostro villaggio…» suggerì Nadìa e a Terlea parve un'ipotesi plausibile.
«Vado io a vedere» si offrì Memolch. Come sempre quando c'era da essere veloci e silenziosi, lui era il più indicato e lo sapeva bene. «Raggiungetemi quando mi vedrete apparire là dove la strada raggiunge il pianoro. Vi farò segno di salire.» 
Fece per avviarsi ma Bakuras lo afferrò ad un polso bloccandolo. «Al minimo segno di pericolo urla più forte che puoi. Verrò ad aiutarti» gli disse.
Memolch scosse il capo, poi disse: «Se mi sentite urlare, fuggite. Cercate un altro villaggio. Siamo troppo pochi per batterci e,a parte te, non siamo armati…»
«Non dire merdate. Io…» iniziò Bakuras ma Memolch non lo lasciò finire e liberatosi dalla stretta al polso, partì rapido lungo il crinale tenendosi a ridosso del bosco e cercando, ove possibile, di rimanere al coperto.
Terlea provò a tenerlo d'occhio ma lo perse presto di vista a causa dalla vegetazione. Il silenzio tornò a regnare quasi sinistro attorno a loro e solo il cinguettio di qualche uccello o il verso occasionale di una delle bestie al pascolo lo spezzava lacerando quel senso di irrealtà in cui il villaggio Fialmann e tutta la valle sembravano precipitati.
Memolch, avanzando curvo, riapparve alla vista mentre attraversava rapido un lembo di prato per poi scomparire di nuovo tra le verdi foglie di un vigneto. Riapparve poco dopo, molto più in alto, quasi a ridosso del villaggio e raggiunse la strada, poco più di una striscia di terra brulla tracciata dal continuo passare delle genti e degli animali. Quel sentiero partiva dal villaggio e scendeva il pendio serpeggiando per seguire i diversi dislivelli e spariva, più a valle, oltre un leggero dosso. Muovendosi con circospezione, Memolch raggiunse il bordo del pianoro e guardandosi una sola volta alle spalle, verso il punto in cui stavano nascosti i suoi compagni, proseguì uscendo di vista e lasciando in Terlea una crescente sensazione di angoscia e attesa. 
«Quando Memolch si farà vedere indicandoci di salire, raggiungeremo il sentiero e saliremo a coppie: Brychan e Llyrd; Flethri e Nimoee; Nadìa e Terlea. Io resterò dietro. Muovetevi veloci. Se il villaggio è sicuro, là finalmente saremo al riparo e potremo riposare.»
Aspettarono a lungo. Bakuras perse presto la sua fredda impassibilità iniziando a dare segni di maggior nervosismo con il passare del tempo. Si passava spesso una mano tra i capelli o tormentava la vegetazione vicina spezzando rametti e staccando foglie. L'altra mano non lasciava mai, nemmeno per un istante, la lancia da cacciatore.
Terlea si chiese se avrebbe retto ancora a lungo a tutto quello che stava succedendo. Intuiva la rabbia e la frustrazione che Bakuras provava per quanto accaduto al villaggio. Percepiva dietro il suo atteggiamento risoluto, l'incertezza e la paura di non essere all'altezza. Aveva vissuto la sua vita, per quanto giovane, all'ombra di suo padre Kulgan, il miglior cacciatore che il clan ricordasse da molto tempo, un uomo capace da solo si risollevare gli animi delle genti preoccupate per l'arrivo dell'inverno con una battuta di caccia ricca e in grado di sfamare tutti per settimane. Un uomo che aveva vinto più di una volta diverse delle gare che si tenevano nelle due grandi festività annuali del Popolo al cadere dei due solstizi e che vedevano molti clan della tribù riunirsi e confrontarsi in sfide di lotta, astuzia, mira, caccia e pesca, il tutto sotto lo sguardo vigile e imparziale dei druidi di più alto rango.
Bakuras, supponeva Terlea, non poteva sopportare la sola idea di non riuscire a proteggere tutti loro, gli ultimi figli di Golkar, disonorando così la figura paterna.
Muovendosi adagio, Terlea si avvicinò al giovane capo e gli mise una mano sul braccio. Lui smise di tormentare la vegetazione e si voltò a guardarla. «Cosa c’è Terlea?» le chiese in un sussurro.
Lei lo fissò per alcuni istanti senza dire niente poi si limitò a stringergli il braccio e a mormorare: «Sei stato bravo a condurci fin qui. Tuo padre sarebbe fiero di te» e senza aggiungere altro tornò vicino alla sorella che, forse ingelosita per il gesto confidenziale che le aveva visto fare a Bakuras, scrutò Terlea con sospetto.
«Non fraintendere» disse Terlea alla sorella maggiore tenendo gli occhi sulla cima del pendio dove tutti attendevano di veder ricomparire Memolch da un momento all'altro. «Ho solo cercato di incoraggiarlo. Mi sembra molto nevoso e… mi sono ricordato che Albruth diceva spesso che un buon capo deve avere prima di tutto l'animo saldo. Se Bakuras dovesse cedere, cosa ne sarebbe di noi?»
Nadìa scrutò la sorella ancora per un po poi abbassò il capo e guardandosi le mani disse: «Pensi che dovrei incoraggiarlo anche io?»
«Dovremmo farlo tutti» fu la risposta di Tarlea.
Nadìa lanciò un'occhiata verso Bakuras poi lo raggiunse attenta a non fare rumore. I due iniziarono a bisbigliare tra loro e mentre lo facevano Terlea percepì qualcosa mutare nell'espressione di Bakuras che arrivò addirittura a sorridere a Nadìa. Terlea non vedeva Bkuras sorridere dalla sera della festa di Jealberdan mentre tutti loro danzavano attorno al falò al centro delle pietre del cielo. Allora nessuno di loro avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco e come, nel corso di quella stessa notte, le loro vite sarebbero così drasticamente cambiate.
Terlea fu strappata da quei pensieri da un brusco movimento di Brychan che si stava avvicinando a Bakuras e Nadìa. L'espressione di Brychan non prometteva nulla di buono e Terlea fece per muoversi a intercettarla, pronta questa volta a prendere le difese della sorella. Poi Llyrd parlò richiamando l'attenzione di tutti su di se:
«Eccolo! È Memolch! Ci sta facendo segno di andare» urlò con entusiasmo dimenticandosi di parlare a voce bassa come Bakuras aveva ordinato loro quando si erano appostati.
Ma il giovane capo non si rese nemmeno conto di quell'infrazione. Anticipando tutti, uscì dalla vegetazione iniziando a fare gesti perché tutti si muovessero come aveva stabilito. 
Terlea prese posizione per ultima, raggiungendo il fianco di Nadìa alle spalle di Nimoee e Felthri e solo a quel punto Bakuras diede l'ordine di procedere.
Tagliarono il pendio orizzontalmente e mettendo in fuga una copia di capre bianche maculate con chiazze marrone e nero che, infastidite, si precipitarono a balzi verso valle e si fermarono ricominciando a brucare tranquille solo quando fu loro chiaro che gli estranei non avevano intenzione di seguirle. A Terlea non era sfuggito l'eccessivo gonfiore delle mammelle delle due bestie. Le capre non venivano munte almeno dal giorno prima, forse da quello prima ancora. Valutò se riferirlo a Bakuras e agli altri ma decise di aspettare.
Meglio non generare altri allarmismi e aspettare di vedere la situazione al villaggio.
Raggiunta la strada i figli di Golkar la risalirono raggiungendo il bordo del pianoro. Li si fermarono riprendendo fiato e iniziando a studiare la disposizione delle case del villaggio che a prima vista non pareva molto diverso da quello in cui avevano sempre vissuto e abbandonato in tutta fretta qualche giorno prima. I bassi edifici dai tetti di paglia e pertiche erano disposti solo all'apparenza casualmente ma eretti in modo da creare spaziose vie che convergevano verso il centro passando tra i recinti per gli animali.
Ed era proprio al centro del villaggio che Memolch li attendeva, fermo davanti l'ingresso della casa più grande che Terlea avesse mai visto. La porta a due battenti era cosi ampia che avrebbe permesso l'ingresso a tre uomini robusti affiancati. In alto, sul frontone sotto il vertice formato dall'incontro dei due pendenti del tetto, sporgeva una grossa trave intagliata nelle fattezze di una testa di lupo ringhiante. Il tetto stesso era coperto non di paglia ma con sottili lastre di pietra nera mentre le pareti erano fatte di sassi accatastati e cementati con fango e rinforzate da un robusto telaio di travi tagliate e piallate. Era una casa non solo degna di un capo clan ma di un re ed era di certo la casa del fuoco dei Fialmann, la dimora del capo clan e della sua famiglia e centro di potere, tipica di ogni villaggio saerune. A Terlea non sfuggì però la totale assenza di fumo levarsi dal tetto, segno che il fuoco doveva essere spento, cosa pressoché impossibile in quella che era la dimora di colui che il fuoco lo doveva custodire in modo che il villaggio non ne fosse mai privo. 
I figli di Golkar avanzarono tra le case, i recinti deserti, i cavalletti in disuso per la conciatura delle pelli, le travi con i ganci per appendere la selvaggina fresca, vuoti. Tutto dava l'idea di un villaggio abbandonato. Perfino gli odori: Terlea non ne percepiva ne di buoni ne di cattivi, come se nessuno avesse cucinato, acceso un fuoco, bruciato sterpi o spalato letame da giorni. Si sentiva solo il vago senso della natura circostante portato dalla lieve brezza.
«Non c'è nessuno» disse Brychan senza riuscire a nascondere una punta di delusione. «E’ stato tutto inutile…»
«No» disse Memloch mentre Terlea e gli altri si fermavano davanti a lui e la grande casa. «Il capo clan ci aspetta dentro. Lui… vi spiegherà la situazione.»
«Come mai non c'è nessuno? Dove sono tutti?» chiese Bakuras continuando a lanciare occhiate sospette attorno.
«I Fialmann vi spiegheranno. Mi hanno detto di farvi entrare…» insistette Memolch e, saliti i pochi gradini che conducevano all'ingresso, spinse uno dei due battenti del portone e aspettò che gli altri entrassero.
«Non mi piace…» sussurrò Brychan ma si avviò verso l’ingresso sparendo oltre l’uscio, seguita da Llyrd, Nimoee, Felthri e Nadìa. Terlea, che notò con stupore i fini intagli che ricoprivano i battenti del portone e ritraendo scene di caccia, entrò dietro la sorella seguita da Bakuras. Memloch entrò per ultimo chiudendosi il portone alle spalle.
L'interno della casa del fuoco era enorme e quasi totalmente immerso nella penombra. Al centro, il grande caldano era acceso ma vi brillava solo un cumulo di braci quasi estinte. Nel grande salone non vi erano altre aperture se non il grande portone e un'ampia presa d'aria in alto, necessaria a sfogare il fumo. Le robuste travi inclinate del tetto erano sorrette da alcuni massicci pilastri che a Terlea parvero ricavati ognuno da un intero tronco d'albero. Si chiese quanti uomini fossero serviti per sollevare uno di quei colossi alti almeno come cinque uomini e di un diametro tale che ce ne sarebbero voluti almeno tre per abbracciarne il tronco. Passando accanto una di esse, Terlea notò che, come i battenti, anche i piloni erano finemente intagliati ma nella semioscurità non riuscì a decifrarne disegni e significati. La sua attenzione fu inoltre catturata dalle quattro figure che attendevano oltre il caldano, illuminate da un piccolo braciere poggiato sul  denterulun di sinistra, una delle due pedane rialzate su cui prendevano posto le più alte cariche di un villaggio saerune riunito in consiglio.
Avvicinandosi insieme ai compagni, Terlea vide che sul denterulun di destra sedeva a gambe incrociate un uomo dall'età indefinibile ma con abbastanza estati sulle spalle da essersi guadagnato molti tatuaggi del valore. Aveva infatti, sul petto e sulle braccia, intricati tatuaggi che ne indicavano la posizione nel clan anche se Terlea non avrebbe potuto dare loro il giusto significato poiché non aveva mai imparato i rispettivi significati. Inoltre, ogni clan aveva i suoi simboli e, custodendone gelosamente i segreti, non li condivideva con gli altri clan. L’uomo stava leggermente chino in avanti, teneva gli occhi chiusi e le mani poggiate sulle ginocchia, come immerso in una profonda meditazione. Alla sua destra era poggiato uno scramasax protetto da un fodero scuro mentre alla sua sinistra, con la testa poggiata sulla spalla e intenta a carezzargli il braccio, c’era una giovane donna dai capelli corvini lunghi e lisci, pressoché nuda fatta eccezione per un gonnellino di pelli talmente corto che veniva portato probabilmente più per sfizio che non per pudore o necessità. Gli occhi della giovane si fissarono subito su Bakuras e lì rimasero indugiando con evidente interesse.
Alle spalle del denterulun sostavano due uomini armati di lancia e con i corpi quasi totalmente coperti da tatuaggi. Nella poca luce emanata dalle braci, Terlea individuò tra gli sconosciuti simboli del valore Fielmann, le curve sinuose e intrecciate dei simboli di guerra comuni a tutta la tribù: il Telkisis, il Nelnisis, il Betrenkisis. Ognuno di segni incisi indelebili sulla pelle identificava gli uomini di un clan con importanza crescente e poterli sfoggiare tutti e tre era segno di grande forza ed esperienza. Guadagnando il quarto simbolo, Tomonisis, si poteva accedere al Banlendrumas il rito sanguinoso che permetteva al suo vincitore di divenire Tautorix, capo clan. 
Questi erano i soli fielmann presenti nel salone e per quanto Terlea si sforzasse di scovare altre presenze negli angoli più lontani, non vi riuscì. Dietro i due guerrieri, vi erano però diverse tende messe per proteggere la parte della grande casa riservata alla famiglia del capo clan e non poteva quindi sapere se lì ve ne fossero altri.
Quando tutti i figli di Golkar si furono disposti di fronte ai due denterulun l’uomo che occupava il posto riservato al capo clan, aprì gli occhi e scrutò uno ad uno i nuovi arrivati. Quando parlò lo fece con voce calma e profonda ma che a Terlea parve priva di qualsiasi nota di saggezza tipica del tono di Mulray o di Albruth, rispettivamente capo clan e druido del clan Golkar-da.
«Dunque questo è tutto ciò che rimane del clan di Golkar» disse l'uomo con tono che a Terle parve infastidito.
La ragazza al suo fianco distolse lo sguardo solo per il tempo di sussurrare qualcosa all'orecchio dell'uomo che sorrise leggermente. Quando riportò gli occhi su Bakuras, Terlea percepì un fremito nel corpo della sorella alla sua sinistra e si augurò che Nadìa non facesse nessuna stupidaggine causata dai suoi sentimenti.
Bakuras fece un passo avanti, portandosi di fronte all'uomo sul denterulun e picchiò una sola volta l'impugnatura della lancia sul pavimento, producendo un suono secco e che rimbombò tra le colonne amplificato dall'ampio salone.
«Sono Bakuras, figlio di Kulgan e capo dei figli di Golkar. Questi sono i miei figli… gli unici rimasti in vita dopo un improvviso attacco dei dnor-ol-kon contro il nostro villaggio! Siamo giunti qui fuggendo per quattro giorni e tre notti e siamo stremati e affamati poiché temendo di essere inseguiti, ci siamo fermati solo il necessario. Chiediamo la vostra protezione in nome dell'amicizia che, da sempre, lega i nostri clan.» Bakuras parlò troppo velocemente e con la voce rotta dall'emozione. Terlea non poté vederne l'espressione ma poté facilmente immaginarla, simile a quella che Bakuras aveva quella mattina nella sua sfuriata dopo il litigio tra Brychan e Nadìa.
«Dunque tu» disse l’uomo sollevando un sopracciglio incuriosito, «saresti il nuovo capo del clan dei Golkar. Un ragazzino che non ha nemmeno uno dei tatuaggi del valore o della guerra e che sembra sul punto di mettersi a frignare come un infante… Se questo è quanto di meglio può offrire per resistere all’avanzare dei dnor-ol-kon, temo che il Popolo sia già spacciato.» La sua voce era profonda, ferma e lievemente roca, con una nota sfuggente cui Terlea non riuscì a dare un significato ma che le provocava un leggero formicolio alla pelle delle braccia. Vi era una leggera nota di astio, incomprensibile in quella circostanza. Perchè il capo del clan Fialmann avrebbe dovuto odiare un gruppetto di giovani sfuggiti per poco alla morte e in cerca solo di un riapro? 
Balkuras ebbe un fremito e Terlea immaginò si sentisse offeso dalle parole dell’uomo. Riuscì però a controllarsi e fece per parlare ma fu bloccato da un gesto dell'altro.
«Perdonami,» disse l’uomo inarcando la schiena all’indietro come se stare seduto in quella posizione gli provocasse fastidio, «non mi sono nemmeno presentato. Io sono Aldarkar. Conoscevo il grande cacciatore  Kulgan che tu dici essere tuo padre. Come conosco la fama di Mulray il vostro capo. Siete sempre stati quieti vicini: bravi pastori e zappaterra con ben poca ambizione di ampliare i vostri territori di caccia. E per ben TRE volte nelle ultime cinque estati, siete corsi a chiedere l'aiuto ai Fialmann per difendervi dal clan Balbandiri a cui faceva gola la vostra piccola terra paludosa. Ma gli ultimi figli di Golkar non smentiscono i propri avi: patetici cani bastonati, uggiolanti e frignoni come sempre.»
«Cane bastardo!» esplose Brychan avanzando al fianco di Bakuras e provocando un fremito nei due guerrieri alle spalle di Aldarkar. «Come osi parlarci così? Dove è la tua gente? Fuggiti come lepri tra le montagne immagino. Almeno la nostra gente ha combattuto contro i dnor-ol-kon. Voi potete dire lo stesso?»
Bakuras fermò Brychan afferrandole il polso e sussurrandole qualcosa che Terlea non potè sentire ma che servì a placare le sue escandescenze. Brychan, liberò il polso con un gesto di stizza ma rimase in silenzio.
Sorridendo, Aldarkar fece un lieve e amorevole gesto alla ragazza al suo fianco che, controvoglia, si scostò. Afferrato lo scramasax, Aldarkar si alzò mostrando la sua notevole statura, scese dal denterulun e si portò di fronte a Bakuras e Brychan alzando la mano sinistra per frenare l'impulso dei guerrieri alle sue spalle di avvicinarsi ad affiancarlo come erano evidentemente stati addestrati a fare. L'attenzione di Aldarkar non si soffermò però sul capo dei figli di Golkar ma sulla ragazza al suo fianco.
«Da una donna dai capelli di fuoco non ci si può che aspettare parole di fuoco» disse con un lieve sorriso e sollevò una mano per passarla tra i capelli di Brychan che, forse troppo sorpresa, non si scostò ne oppose resistenza a quel gesto tanto intimo.
Ora che si era avvicinato, Terlea poteva distinguere meglio i lineamenti del volto di Aldarkar. Era di certo bello, con la mascella prominente e squadrata, zigomi sporgenti e alti, il naso stretto e diritto, cosa rara tra i guerrieri che tendevano a spezzarselo sovente in risse o nei giochi di forza. I capelli erano neri, come quelli di quasi tutti gli uomini dei clan della tribù Reartan, con solo vaghe tracce di grigio dietro le tempie e acconciati in lunghe trecce che scendevano quasi fino alla vita, alcune sul petto, altre lungo la schiena. Ma la cosa che colpì di più Terela furono gli occhi: alla luce soffusa nel salone rimandavano fugaci bagliori verdi. Terlea non aveva mai incontrato nessuno con occhi di quel colore.
Sul denterulun, annoiata e abbandonata, la ragazza seminuda si accasciò sdraiandosi e iniziando lenti e sinuosi movimenti simili a quelli di un gatto selvatico mentre Aldarkar spostava la sua attenzione dai capelli di Brychan di nuovo a Bakuras. 
«Porti la lancia del cacciatore come se la usassi da innumerevoli estati. Ma su di te non vedo nemmeno uno dei simboli del valore. E la tua compagna qui, sembra avere ben più fegato di te.»
Terlea si accorse di stare trattenendo il fiato e si impose di respirare.
Perché fa così? Perché lo sta umiliando a quel modo?
Si accorse che Bakuras stringeva con forza la lancia che ondeggiava leggermente per via dei tremiti trasmessi dal braccio.
«Bakuras è un ottimo capo!» Terlea trasalì nel sentire Nadìa urlare quelle parole. Si voltò a guardare la sorella trovandola cupa in volto e con lo sguardo più feroce che le avesse mai visto. «Ci ha protetti e guidati fin qui sani e salvi! Se non fosse stato per lui i dnor-ol-kon ci avrebbero presi e uccisi come i nostri genitori e come tutti gli altri al villaggio!»
Aldarkar fissò divertito Nadìa per un momento e anche Bakuras si era voltato a guardarla e nei suoi occhi Terlea colse tanta gratitudine da riempire l'immenso cielo azzurro, ma anche un velo di rimporvero.
Poi Aldarkar scoppiò a ridere. Rise di gusto sollevando il viso e mettendosi una mano sullo stomaco come se tutto quel ridere glielo facesse dolere.
Anche la ragazza sul denterulun sghignazzò divertita mentre i due guerrieri alle sue spalle rimasero impassibili come statue.
Quando le risa di Aldarkar si placarono, con un brusco gesto del braccio sinistro scostò Bakuras spingendolo da parte e, passando tra lui e Brychan, avanzò impetuoso versò Nadìa.
«Vedo che tutte le femmine dei cani di Golkar hanno più fegato di te, capo. Questa bambina ad esempio potrebbe farti sfigurare fin troppo facilmente in una gara di coraggio.» Poi alzando una mano di scatto afferrò i capelli sulla nuca di Nadìa costringendola ad alzare il viso verso il suo. Nadià gemette di dolore.
Terlea avrebbe voluto intervenire, aiutare la sorella, ma era paralizzata. Marginalmente, oltre la sorella e quell’uomo imponente e spaventoso, percepì qualcuno mormorare sommessamente, quasi piangendo. Si chiese se fosse il piccolo Lyrd. Doveva essere terrorizzato da tutto questo. Gli era stato promesso che i Fialmann li avrebbero accolti, aiutati e protetti e invece…
Aldarkar avvicinò il volto di Nadìa ancor di più al suo provocando altri gemiti di dolore, poi sibilò: «E chi ti ha detto che i tuoi genitori sono morti, bambina?»
Terlea sentì il pavimento mancarle sotto i piedi e vacillò come in preda alle vertigini.
Cosa? Certo che sono morti. Ho visto mia madre avvolta nel fuoco verde! Non può non essere morta!
Un vortice di sentimenti la invase mentre cercava di dare un senso a tutto quello che succedeva: paura, mortificazione, incertezza e sospetto ma anche, seppur ben nascosta in tutto quel groviglio di sensazioni, una flebile speranza.
Solo marginalmente Telrea si accorse che anche Bakuras, fermo con la bocca spalancata, sembrava sopraffatto dalla sorpresa.
Mentre Aldarkar lasciava i capelli di Nadìa e si voltava per tornare verso il denterulun dicendo: «Avete fatto bene a venire qui. Avete risparmiato un bel po’ di fatica a tutti. Ora non ci sarà bisogno di darvi la caccia», un rumore in fondo al salone fece voltare tutti.
Entrambi i battenti d'ingresso si aprirono verso l'interno e una sagoma nera coronata dalla luce del giorno si stagliò imponente riempiendo quasi completamente l'arco d'ingresso. 
Mentre avanzava muovendo passi pesanti che rimbombavano sul pavimento come alberi abbattuti nella foresta, sopra la sua grande testa protetta da un elmo che ricordava il capo di un toro, presero a saettare scariche verdi simili a fulmini accompagnate da un sinistro e fastidioso ronzio.
Fu allora che Terlea realizzò chi stava mugolando piangente poco più in la: era Memloch.
«Mi dispiace» frignava. «Mi dispiace… Mi dispiace… Mi dispiace…».
L’impaurito silenzio che aveva colto pressoché tutti gli ultimi figli di Golkar fu improvvisamente spezzato da un grido acuto e terrorizzato e Terlea ci mise qualche attimo a capire chi stesse urlando.
Era lei stessa.