domenica 24 giugno 2012

Gli ultimi Figli di Golkar (3)

Il villaggio del clan Fialmann sorgeva su un pianoro e, dal basso, non era visibile là dove figli di Golkar si erano appostati.
Nascosti dalla boscaglia sul fianco sinistro del pendio che scendeva dal villaggio verso il fondo valle dove scorreva un rapido torrente che Memloch aveva identificato come lo stesso vicino cui avevano sostato quella mattina. Una strada serpeggiante saliva il pendio costeggiata da pascoli brulli o da zone coltivate su terreno modellato a gradoni. I Fialmann avevano una predilezione per la coltivazione delle viti: gli ampi gradoni erano quasi tutti occupati da semplici strutture fatte con pertiche e corde di canapa che permettevano al rampicante privo di nerbo, di crescere. I pascoli erano invece stati lasciati aspri e l'erba vi cresceva rigogliosa permettendo ad alcune capre di pascolare isolate. Un paio di typhob avevano scavalcato gli steccati che proteggevano alcuni filari di vite e stavano lautamente pasteggiando con le sue foglie. 
Alle spalle del pianoro, il villaggio era protetto dal repentino innalzarsi dei contrafforti dei monti Wyrmcrest: ripide pareti rocciose che solo agili capre di montagna avrebbero potuto discendere con sicurezza mentre a nord e a sud creste boscose si allungavano chiudendo il villaggio in un abbraccio quasi completo che prometteva sicurezza e il cui unico sbocco era il pendio verso il torrente. La stretta valle così formata era esposta in modo che Zavon, nel suo percorso giornaliero lungo il sentiero nell'immenso cielo blu, la inondava con i sui raggi per buona parte della giornata.
Terlea, perplessa, cercò nella valle segni di vita ma non ne trovò alcuno. Nessun segno di pastori o agricoltori sul pendio. Nessun segno di cacciatori o vedette al limitare dei boschi. Nessun filo di fumo a indicare la presenza di un focolare acceso in una qualsiasi delle case lassù sul pianoro. L'unico segno di vita era rappresentato dalle poche bestie al pascolo.
«Qualcosa non va» disse Felthri. «Dove sono i Fialmann? Non c'è nessuno a prendersi cura delle bestie? Non c'è nemmeno traccia di un cane pastore...»
«Forse sono tutti morti. Forse i dnor-ol-kon sono già arrivati anche qui» disse Llyrd gemendo, quasi fosse sul punto di mettersi a piangere.
Bakuras, immobile con la lancia ben salda nella mano destra, era silenzioso e impassibile mentre scrutava verso l'alto, verso il pianoro e il villaggio nascosto. Aveva spinto il gruppo lungo il corso del torrente seguendo la pista trovata da Memolch, sicuro di trovare nei Fialmann un aiuto e un riparo per tutti loro. Davanti a un villaggio che pareva svuotato da ogni suo abitante, quella certezza parve a Terlea precaria come un cumulo di cenere al vento. Si chiese se il giovane capo avrebbe retto a una delusione simile, soprattutto dopo il litigio tra Nadìa e Brychan e il manifestarsi degli strani poteri di Nimoee.
«Garren deve essere già arrivato. Forse sono tutti riuniti ad ascoltare quello che è successo al nostro villaggio…» suggerì Nadìa e a Terlea parve un'ipotesi plausibile.
«Vado io a vedere» si offrì Memolch. Come sempre quando c'era da essere veloci e silenziosi, lui era il più indicato e lo sapeva bene. «Raggiungetemi quando mi vedrete apparire là dove la strada raggiunge il pianoro. Vi farò segno di salire.» 
Fece per avviarsi ma Bakuras lo afferrò ad un polso bloccandolo. «Al minimo segno di pericolo urla più forte che puoi. Verrò ad aiutarti» gli disse.
Memolch scosse il capo, poi disse: «Se mi sentite urlare, fuggite. Cercate un altro villaggio. Siamo troppo pochi per batterci e,a parte te, non siamo armati…»
«Non dire merdate. Io…» iniziò Bakuras ma Memolch non lo lasciò finire e liberatosi dalla stretta al polso, partì rapido lungo il crinale tenendosi a ridosso del bosco e cercando, ove possibile, di rimanere al coperto.
Terlea provò a tenerlo d'occhio ma lo perse presto di vista a causa dalla vegetazione. Il silenzio tornò a regnare quasi sinistro attorno a loro e solo il cinguettio di qualche uccello o il verso occasionale di una delle bestie al pascolo lo spezzava lacerando quel senso di irrealtà in cui il villaggio Fialmann e tutta la valle sembravano precipitati.
Memolch, avanzando curvo, riapparve alla vista mentre attraversava rapido un lembo di prato per poi scomparire di nuovo tra le verdi foglie di un vigneto. Riapparve poco dopo, molto più in alto, quasi a ridosso del villaggio e raggiunse la strada, poco più di una striscia di terra brulla tracciata dal continuo passare delle genti e degli animali. Quel sentiero partiva dal villaggio e scendeva il pendio serpeggiando per seguire i diversi dislivelli e spariva, più a valle, oltre un leggero dosso. Muovendosi con circospezione, Memolch raggiunse il bordo del pianoro e guardandosi una sola volta alle spalle, verso il punto in cui stavano nascosti i suoi compagni, proseguì uscendo di vista e lasciando in Terlea una crescente sensazione di angoscia e attesa. 
«Quando Memolch si farà vedere indicandoci di salire, raggiungeremo il sentiero e saliremo a coppie: Brychan e Llyrd; Flethri e Nimoee; Nadìa e Terlea. Io resterò dietro. Muovetevi veloci. Se il villaggio è sicuro, là finalmente saremo al riparo e potremo riposare.»
Aspettarono a lungo. Bakuras perse presto la sua fredda impassibilità iniziando a dare segni di maggior nervosismo con il passare del tempo. Si passava spesso una mano tra i capelli o tormentava la vegetazione vicina spezzando rametti e staccando foglie. L'altra mano non lasciava mai, nemmeno per un istante, la lancia da cacciatore.
Terlea si chiese se avrebbe retto ancora a lungo a tutto quello che stava succedendo. Intuiva la rabbia e la frustrazione che Bakuras provava per quanto accaduto al villaggio. Percepiva dietro il suo atteggiamento risoluto, l'incertezza e la paura di non essere all'altezza. Aveva vissuto la sua vita, per quanto giovane, all'ombra di suo padre Kulgan, il miglior cacciatore che il clan ricordasse da molto tempo, un uomo capace da solo si risollevare gli animi delle genti preoccupate per l'arrivo dell'inverno con una battuta di caccia ricca e in grado di sfamare tutti per settimane. Un uomo che aveva vinto più di una volta diverse delle gare che si tenevano nelle due grandi festività annuali del Popolo al cadere dei due solstizi e che vedevano molti clan della tribù riunirsi e confrontarsi in sfide di lotta, astuzia, mira, caccia e pesca, il tutto sotto lo sguardo vigile e imparziale dei druidi di più alto rango.
Bakuras, supponeva Terlea, non poteva sopportare la sola idea di non riuscire a proteggere tutti loro, gli ultimi figli di Golkar, disonorando così la figura paterna.
Muovendosi adagio, Terlea si avvicinò al giovane capo e gli mise una mano sul braccio. Lui smise di tormentare la vegetazione e si voltò a guardarla. «Cosa c’è Terlea?» le chiese in un sussurro.
Lei lo fissò per alcuni istanti senza dire niente poi si limitò a stringergli il braccio e a mormorare: «Sei stato bravo a condurci fin qui. Tuo padre sarebbe fiero di te» e senza aggiungere altro tornò vicino alla sorella che, forse ingelosita per il gesto confidenziale che le aveva visto fare a Bakuras, scrutò Terlea con sospetto.
«Non fraintendere» disse Terlea alla sorella maggiore tenendo gli occhi sulla cima del pendio dove tutti attendevano di veder ricomparire Memolch da un momento all'altro. «Ho solo cercato di incoraggiarlo. Mi sembra molto nevoso e… mi sono ricordato che Albruth diceva spesso che un buon capo deve avere prima di tutto l'animo saldo. Se Bakuras dovesse cedere, cosa ne sarebbe di noi?»
Nadìa scrutò la sorella ancora per un po poi abbassò il capo e guardandosi le mani disse: «Pensi che dovrei incoraggiarlo anche io?»
«Dovremmo farlo tutti» fu la risposta di Tarlea.
Nadìa lanciò un'occhiata verso Bakuras poi lo raggiunse attenta a non fare rumore. I due iniziarono a bisbigliare tra loro e mentre lo facevano Terlea percepì qualcosa mutare nell'espressione di Bakuras che arrivò addirittura a sorridere a Nadìa. Terlea non vedeva Bkuras sorridere dalla sera della festa di Jealberdan mentre tutti loro danzavano attorno al falò al centro delle pietre del cielo. Allora nessuno di loro avrebbe potuto immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco e come, nel corso di quella stessa notte, le loro vite sarebbero così drasticamente cambiate.
Terlea fu strappata da quei pensieri da un brusco movimento di Brychan che si stava avvicinando a Bakuras e Nadìa. L'espressione di Brychan non prometteva nulla di buono e Terlea fece per muoversi a intercettarla, pronta questa volta a prendere le difese della sorella. Poi Llyrd parlò richiamando l'attenzione di tutti su di se:
«Eccolo! È Memolch! Ci sta facendo segno di andare» urlò con entusiasmo dimenticandosi di parlare a voce bassa come Bakuras aveva ordinato loro quando si erano appostati.
Ma il giovane capo non si rese nemmeno conto di quell'infrazione. Anticipando tutti, uscì dalla vegetazione iniziando a fare gesti perché tutti si muovessero come aveva stabilito. 
Terlea prese posizione per ultima, raggiungendo il fianco di Nadìa alle spalle di Nimoee e Felthri e solo a quel punto Bakuras diede l'ordine di procedere.
Tagliarono il pendio orizzontalmente e mettendo in fuga una copia di capre bianche maculate con chiazze marrone e nero che, infastidite, si precipitarono a balzi verso valle e si fermarono ricominciando a brucare tranquille solo quando fu loro chiaro che gli estranei non avevano intenzione di seguirle. A Terlea non era sfuggito l'eccessivo gonfiore delle mammelle delle due bestie. Le capre non venivano munte almeno dal giorno prima, forse da quello prima ancora. Valutò se riferirlo a Bakuras e agli altri ma decise di aspettare.
Meglio non generare altri allarmismi e aspettare di vedere la situazione al villaggio.
Raggiunta la strada i figli di Golkar la risalirono raggiungendo il bordo del pianoro. Li si fermarono riprendendo fiato e iniziando a studiare la disposizione delle case del villaggio che a prima vista non pareva molto diverso da quello in cui avevano sempre vissuto e abbandonato in tutta fretta qualche giorno prima. I bassi edifici dai tetti di paglia e pertiche erano disposti solo all'apparenza casualmente ma eretti in modo da creare spaziose vie che convergevano verso il centro passando tra i recinti per gli animali.
Ed era proprio al centro del villaggio che Memolch li attendeva, fermo davanti l'ingresso della casa più grande che Terlea avesse mai visto. La porta a due battenti era cosi ampia che avrebbe permesso l'ingresso a tre uomini robusti affiancati. In alto, sul frontone sotto il vertice formato dall'incontro dei due pendenti del tetto, sporgeva una grossa trave intagliata nelle fattezze di una testa di lupo ringhiante. Il tetto stesso era coperto non di paglia ma con sottili lastre di pietra nera mentre le pareti erano fatte di sassi accatastati e cementati con fango e rinforzate da un robusto telaio di travi tagliate e piallate. Era una casa non solo degna di un capo clan ma di un re ed era di certo la casa del fuoco dei Fialmann, la dimora del capo clan e della sua famiglia e centro di potere, tipica di ogni villaggio saerune. A Terlea non sfuggì però la totale assenza di fumo levarsi dal tetto, segno che il fuoco doveva essere spento, cosa pressoché impossibile in quella che era la dimora di colui che il fuoco lo doveva custodire in modo che il villaggio non ne fosse mai privo. 
I figli di Golkar avanzarono tra le case, i recinti deserti, i cavalletti in disuso per la conciatura delle pelli, le travi con i ganci per appendere la selvaggina fresca, vuoti. Tutto dava l'idea di un villaggio abbandonato. Perfino gli odori: Terlea non ne percepiva ne di buoni ne di cattivi, come se nessuno avesse cucinato, acceso un fuoco, bruciato sterpi o spalato letame da giorni. Si sentiva solo il vago senso della natura circostante portato dalla lieve brezza.
«Non c'è nessuno» disse Brychan senza riuscire a nascondere una punta di delusione. «E’ stato tutto inutile…»
«No» disse Memloch mentre Terlea e gli altri si fermavano davanti a lui e la grande casa. «Il capo clan ci aspetta dentro. Lui… vi spiegherà la situazione.»
«Come mai non c'è nessuno? Dove sono tutti?» chiese Bakuras continuando a lanciare occhiate sospette attorno.
«I Fialmann vi spiegheranno. Mi hanno detto di farvi entrare…» insistette Memolch e, saliti i pochi gradini che conducevano all'ingresso, spinse uno dei due battenti del portone e aspettò che gli altri entrassero.
«Non mi piace…» sussurrò Brychan ma si avviò verso l’ingresso sparendo oltre l’uscio, seguita da Llyrd, Nimoee, Felthri e Nadìa. Terlea, che notò con stupore i fini intagli che ricoprivano i battenti del portone e ritraendo scene di caccia, entrò dietro la sorella seguita da Bakuras. Memloch entrò per ultimo chiudendosi il portone alle spalle.
L'interno della casa del fuoco era enorme e quasi totalmente immerso nella penombra. Al centro, il grande caldano era acceso ma vi brillava solo un cumulo di braci quasi estinte. Nel grande salone non vi erano altre aperture se non il grande portone e un'ampia presa d'aria in alto, necessaria a sfogare il fumo. Le robuste travi inclinate del tetto erano sorrette da alcuni massicci pilastri che a Terlea parvero ricavati ognuno da un intero tronco d'albero. Si chiese quanti uomini fossero serviti per sollevare uno di quei colossi alti almeno come cinque uomini e di un diametro tale che ce ne sarebbero voluti almeno tre per abbracciarne il tronco. Passando accanto una di esse, Terlea notò che, come i battenti, anche i piloni erano finemente intagliati ma nella semioscurità non riuscì a decifrarne disegni e significati. La sua attenzione fu inoltre catturata dalle quattro figure che attendevano oltre il caldano, illuminate da un piccolo braciere poggiato sul  denterulun di sinistra, una delle due pedane rialzate su cui prendevano posto le più alte cariche di un villaggio saerune riunito in consiglio.
Avvicinandosi insieme ai compagni, Terlea vide che sul denterulun di destra sedeva a gambe incrociate un uomo dall'età indefinibile ma con abbastanza estati sulle spalle da essersi guadagnato molti tatuaggi del valore. Aveva infatti, sul petto e sulle braccia, intricati tatuaggi che ne indicavano la posizione nel clan anche se Terlea non avrebbe potuto dare loro il giusto significato poiché non aveva mai imparato i rispettivi significati. Inoltre, ogni clan aveva i suoi simboli e, custodendone gelosamente i segreti, non li condivideva con gli altri clan. L’uomo stava leggermente chino in avanti, teneva gli occhi chiusi e le mani poggiate sulle ginocchia, come immerso in una profonda meditazione. Alla sua destra era poggiato uno scramasax protetto da un fodero scuro mentre alla sua sinistra, con la testa poggiata sulla spalla e intenta a carezzargli il braccio, c’era una giovane donna dai capelli corvini lunghi e lisci, pressoché nuda fatta eccezione per un gonnellino di pelli talmente corto che veniva portato probabilmente più per sfizio che non per pudore o necessità. Gli occhi della giovane si fissarono subito su Bakuras e lì rimasero indugiando con evidente interesse.
Alle spalle del denterulun sostavano due uomini armati di lancia e con i corpi quasi totalmente coperti da tatuaggi. Nella poca luce emanata dalle braci, Terlea individuò tra gli sconosciuti simboli del valore Fielmann, le curve sinuose e intrecciate dei simboli di guerra comuni a tutta la tribù: il Telkisis, il Nelnisis, il Betrenkisis. Ognuno di segni incisi indelebili sulla pelle identificava gli uomini di un clan con importanza crescente e poterli sfoggiare tutti e tre era segno di grande forza ed esperienza. Guadagnando il quarto simbolo, Tomonisis, si poteva accedere al Banlendrumas il rito sanguinoso che permetteva al suo vincitore di divenire Tautorix, capo clan. 
Questi erano i soli fielmann presenti nel salone e per quanto Terlea si sforzasse di scovare altre presenze negli angoli più lontani, non vi riuscì. Dietro i due guerrieri, vi erano però diverse tende messe per proteggere la parte della grande casa riservata alla famiglia del capo clan e non poteva quindi sapere se lì ve ne fossero altri.
Quando tutti i figli di Golkar si furono disposti di fronte ai due denterulun l’uomo che occupava il posto riservato al capo clan, aprì gli occhi e scrutò uno ad uno i nuovi arrivati. Quando parlò lo fece con voce calma e profonda ma che a Terlea parve priva di qualsiasi nota di saggezza tipica del tono di Mulray o di Albruth, rispettivamente capo clan e druido del clan Golkar-da.
«Dunque questo è tutto ciò che rimane del clan di Golkar» disse l'uomo con tono che a Terle parve infastidito.
La ragazza al suo fianco distolse lo sguardo solo per il tempo di sussurrare qualcosa all'orecchio dell'uomo che sorrise leggermente. Quando riportò gli occhi su Bakuras, Terlea percepì un fremito nel corpo della sorella alla sua sinistra e si augurò che Nadìa non facesse nessuna stupidaggine causata dai suoi sentimenti.
Bakuras fece un passo avanti, portandosi di fronte all'uomo sul denterulun e picchiò una sola volta l'impugnatura della lancia sul pavimento, producendo un suono secco e che rimbombò tra le colonne amplificato dall'ampio salone.
«Sono Bakuras, figlio di Kulgan e capo dei figli di Golkar. Questi sono i miei figli… gli unici rimasti in vita dopo un improvviso attacco dei dnor-ol-kon contro il nostro villaggio! Siamo giunti qui fuggendo per quattro giorni e tre notti e siamo stremati e affamati poiché temendo di essere inseguiti, ci siamo fermati solo il necessario. Chiediamo la vostra protezione in nome dell'amicizia che, da sempre, lega i nostri clan.» Bakuras parlò troppo velocemente e con la voce rotta dall'emozione. Terlea non poté vederne l'espressione ma poté facilmente immaginarla, simile a quella che Bakuras aveva quella mattina nella sua sfuriata dopo il litigio tra Brychan e Nadìa.
«Dunque tu» disse l’uomo sollevando un sopracciglio incuriosito, «saresti il nuovo capo del clan dei Golkar. Un ragazzino che non ha nemmeno uno dei tatuaggi del valore o della guerra e che sembra sul punto di mettersi a frignare come un infante… Se questo è quanto di meglio può offrire per resistere all’avanzare dei dnor-ol-kon, temo che il Popolo sia già spacciato.» La sua voce era profonda, ferma e lievemente roca, con una nota sfuggente cui Terlea non riuscì a dare un significato ma che le provocava un leggero formicolio alla pelle delle braccia. Vi era una leggera nota di astio, incomprensibile in quella circostanza. Perchè il capo del clan Fialmann avrebbe dovuto odiare un gruppetto di giovani sfuggiti per poco alla morte e in cerca solo di un riapro? 
Balkuras ebbe un fremito e Terlea immaginò si sentisse offeso dalle parole dell’uomo. Riuscì però a controllarsi e fece per parlare ma fu bloccato da un gesto dell'altro.
«Perdonami,» disse l’uomo inarcando la schiena all’indietro come se stare seduto in quella posizione gli provocasse fastidio, «non mi sono nemmeno presentato. Io sono Aldarkar. Conoscevo il grande cacciatore  Kulgan che tu dici essere tuo padre. Come conosco la fama di Mulray il vostro capo. Siete sempre stati quieti vicini: bravi pastori e zappaterra con ben poca ambizione di ampliare i vostri territori di caccia. E per ben TRE volte nelle ultime cinque estati, siete corsi a chiedere l'aiuto ai Fialmann per difendervi dal clan Balbandiri a cui faceva gola la vostra piccola terra paludosa. Ma gli ultimi figli di Golkar non smentiscono i propri avi: patetici cani bastonati, uggiolanti e frignoni come sempre.»
«Cane bastardo!» esplose Brychan avanzando al fianco di Bakuras e provocando un fremito nei due guerrieri alle spalle di Aldarkar. «Come osi parlarci così? Dove è la tua gente? Fuggiti come lepri tra le montagne immagino. Almeno la nostra gente ha combattuto contro i dnor-ol-kon. Voi potete dire lo stesso?»
Bakuras fermò Brychan afferrandole il polso e sussurrandole qualcosa che Terlea non potè sentire ma che servì a placare le sue escandescenze. Brychan, liberò il polso con un gesto di stizza ma rimase in silenzio.
Sorridendo, Aldarkar fece un lieve e amorevole gesto alla ragazza al suo fianco che, controvoglia, si scostò. Afferrato lo scramasax, Aldarkar si alzò mostrando la sua notevole statura, scese dal denterulun e si portò di fronte a Bakuras e Brychan alzando la mano sinistra per frenare l'impulso dei guerrieri alle sue spalle di avvicinarsi ad affiancarlo come erano evidentemente stati addestrati a fare. L'attenzione di Aldarkar non si soffermò però sul capo dei figli di Golkar ma sulla ragazza al suo fianco.
«Da una donna dai capelli di fuoco non ci si può che aspettare parole di fuoco» disse con un lieve sorriso e sollevò una mano per passarla tra i capelli di Brychan che, forse troppo sorpresa, non si scostò ne oppose resistenza a quel gesto tanto intimo.
Ora che si era avvicinato, Terlea poteva distinguere meglio i lineamenti del volto di Aldarkar. Era di certo bello, con la mascella prominente e squadrata, zigomi sporgenti e alti, il naso stretto e diritto, cosa rara tra i guerrieri che tendevano a spezzarselo sovente in risse o nei giochi di forza. I capelli erano neri, come quelli di quasi tutti gli uomini dei clan della tribù Reartan, con solo vaghe tracce di grigio dietro le tempie e acconciati in lunghe trecce che scendevano quasi fino alla vita, alcune sul petto, altre lungo la schiena. Ma la cosa che colpì di più Terela furono gli occhi: alla luce soffusa nel salone rimandavano fugaci bagliori verdi. Terlea non aveva mai incontrato nessuno con occhi di quel colore.
Sul denterulun, annoiata e abbandonata, la ragazza seminuda si accasciò sdraiandosi e iniziando lenti e sinuosi movimenti simili a quelli di un gatto selvatico mentre Aldarkar spostava la sua attenzione dai capelli di Brychan di nuovo a Bakuras. 
«Porti la lancia del cacciatore come se la usassi da innumerevoli estati. Ma su di te non vedo nemmeno uno dei simboli del valore. E la tua compagna qui, sembra avere ben più fegato di te.»
Terlea si accorse di stare trattenendo il fiato e si impose di respirare.
Perché fa così? Perché lo sta umiliando a quel modo?
Si accorse che Bakuras stringeva con forza la lancia che ondeggiava leggermente per via dei tremiti trasmessi dal braccio.
«Bakuras è un ottimo capo!» Terlea trasalì nel sentire Nadìa urlare quelle parole. Si voltò a guardare la sorella trovandola cupa in volto e con lo sguardo più feroce che le avesse mai visto. «Ci ha protetti e guidati fin qui sani e salvi! Se non fosse stato per lui i dnor-ol-kon ci avrebbero presi e uccisi come i nostri genitori e come tutti gli altri al villaggio!»
Aldarkar fissò divertito Nadìa per un momento e anche Bakuras si era voltato a guardarla e nei suoi occhi Terlea colse tanta gratitudine da riempire l'immenso cielo azzurro, ma anche un velo di rimporvero.
Poi Aldarkar scoppiò a ridere. Rise di gusto sollevando il viso e mettendosi una mano sullo stomaco come se tutto quel ridere glielo facesse dolere.
Anche la ragazza sul denterulun sghignazzò divertita mentre i due guerrieri alle sue spalle rimasero impassibili come statue.
Quando le risa di Aldarkar si placarono, con un brusco gesto del braccio sinistro scostò Bakuras spingendolo da parte e, passando tra lui e Brychan, avanzò impetuoso versò Nadìa.
«Vedo che tutte le femmine dei cani di Golkar hanno più fegato di te, capo. Questa bambina ad esempio potrebbe farti sfigurare fin troppo facilmente in una gara di coraggio.» Poi alzando una mano di scatto afferrò i capelli sulla nuca di Nadìa costringendola ad alzare il viso verso il suo. Nadià gemette di dolore.
Terlea avrebbe voluto intervenire, aiutare la sorella, ma era paralizzata. Marginalmente, oltre la sorella e quell’uomo imponente e spaventoso, percepì qualcuno mormorare sommessamente, quasi piangendo. Si chiese se fosse il piccolo Lyrd. Doveva essere terrorizzato da tutto questo. Gli era stato promesso che i Fialmann li avrebbero accolti, aiutati e protetti e invece…
Aldarkar avvicinò il volto di Nadìa ancor di più al suo provocando altri gemiti di dolore, poi sibilò: «E chi ti ha detto che i tuoi genitori sono morti, bambina?»
Terlea sentì il pavimento mancarle sotto i piedi e vacillò come in preda alle vertigini.
Cosa? Certo che sono morti. Ho visto mia madre avvolta nel fuoco verde! Non può non essere morta!
Un vortice di sentimenti la invase mentre cercava di dare un senso a tutto quello che succedeva: paura, mortificazione, incertezza e sospetto ma anche, seppur ben nascosta in tutto quel groviglio di sensazioni, una flebile speranza.
Solo marginalmente Telrea si accorse che anche Bakuras, fermo con la bocca spalancata, sembrava sopraffatto dalla sorpresa.
Mentre Aldarkar lasciava i capelli di Nadìa e si voltava per tornare verso il denterulun dicendo: «Avete fatto bene a venire qui. Avete risparmiato un bel po’ di fatica a tutti. Ora non ci sarà bisogno di darvi la caccia», un rumore in fondo al salone fece voltare tutti.
Entrambi i battenti d'ingresso si aprirono verso l'interno e una sagoma nera coronata dalla luce del giorno si stagliò imponente riempiendo quasi completamente l'arco d'ingresso. 
Mentre avanzava muovendo passi pesanti che rimbombavano sul pavimento come alberi abbattuti nella foresta, sopra la sua grande testa protetta da un elmo che ricordava il capo di un toro, presero a saettare scariche verdi simili a fulmini accompagnate da un sinistro e fastidioso ronzio.
Fu allora che Terlea realizzò chi stava mugolando piangente poco più in la: era Memloch.
«Mi dispiace» frignava. «Mi dispiace… Mi dispiace… Mi dispiace…».
L’impaurito silenzio che aveva colto pressoché tutti gli ultimi figli di Golkar fu improvvisamente spezzato da un grido acuto e terrorizzato e Terlea ci mise qualche attimo a capire chi stesse urlando.
Era lei stessa.

venerdì 13 aprile 2012

Gli ultimi Figli di Golkar (2)

Avrebbe voluto mettersi a correre. Avrebbe voluto urlare e piangere. Avrebbe voluto fare qualsiasi cosa tranne restarsene lì immobile a guardare.
Inerme, vide sua madre e altre donne correre verso di lei e fuggire dal villaggio in fiamme. Le donne urlavano terrorizzate, coprendo in parte i rumori della battaglia. Alcune stringevano i figli al petto, altre strattonavano le mani di bambini più grandi, trascinandoli verso la boscaglia e la salvezza. Una salvezza che non avrebbero mai raggiunto.
Immobile, vide donne e bambini incendiarsi di lampi verdi e cadere urlando mentre i loro capelli si sollevavano e sfrigolavano come grasso sulle braci. Vide i corpi accasciarsi e non muoversi più mentre alle loro spalle, tra le spire di fumo e fiamma, nere figure uscivano dalla gigantesca vampa che era stato un villaggio. Stringevano corti bastoni con cui scagliavano verdi globi di luce che, colpendo i bersagli, li avvolgevano di lampi crepitanti. E ridevano, urlavano e ululavano, gioiosi di quel massacro, mentre altri lampi saettavano sopra le loro teste ammantandoli di luci multicolori.
“I demoni… i demoni dell’Hel-Burnog!”. La voce veniva dal suo fianco ma non poté voltarsi per scoprire a chi appartenesse poiché lo sguardo rimase sulla figura di sua madre che arrancava, urlandole di fuggire, indicandole la boscaglia, implorandole di salvarsi. Poi anche lei fu colpita da un o di quei crepitanti globi verdi e urlò contorcendosi, sollevando le mani al cielo come per maledire gli dei per tutto quel dolore.
Provò di nuovo a muoversi, voleva mettersi a correre verso la madre per aiutarla ma non ci riusciva. Si rese conto che qualcosa la tratteneva. Una mano sul braccio? O era solo la paura? No! Una cacciatrice non ha mai paura!
Qualcosa la scrollò, una, due, tre volte, come per incitarla a reagire, fuggire a quello scempio, a non farsi afferrare dai lampi dei demoni e…
Terlea riaffiorò alla coscienza di se sentendo sul braccio la mano di qualcuno che la scuoteva. Aprendo gli occhi vide il volto di Nadìa su uno sfondo grigio e fumoso. La luce era tenue e filtrava a fatica tra le fronde, sforzandosi di perforare la densa bruma che si era levata nella notte. L’alba non era ancora giunta ma un tenue bagliore andava diffondendosi indicando che non era lontana.
«Stavi facendo bei sogni?» le chiese Nadìa con voce fin troppo maliziosa.
«Non proprio» rispose Terlea mentre si sollevava a sedere.
Iniziò a guardandosi attorno in cerca di Felthri e vide subito Nimoee tra le spire di bruma, intenta a racimolare le proprie poche cose. Di suo fratello non c’era traccia. Lyrd era seduto nello stesso punto in cui si era addormentato la sera prima. Si guardava attorno incerto, aspettando che Bakuras gli dicesse cosa fare e quando farlo.
«Se è la tua coperta che cerchi, è laggiù» disse  Nadìa indicando un grosso olmo, «È insieme a Bakuras, Brychan e Memolch. Garren ci ha mollati e Bakuras vuole sapere che direzione ha preso.» Lo disse come se avesse annunciato alla sorella che si, quella mattina c’era la nebbia.
«Come ci ha mollati? E dov’è andato?». Terlea si rese conto che nella sua voce traspariva invece fin troppa apprensione.
«Brychan dice che è andato avanti, che vuol fare l’eroe e arrivare al villaggio fialmann prima di tutti per convincerli a mandarci incontro qualcuno… Il solito sbruffone. Ma dimmi, hai dormito bene?». Nadìa fece quella domanda con un mezzo sorriso e socchiudendo gli occhi, assumendo un’espressione fin troppo sorniona.
Terlea sostenne per un attimo lo sguardo della sorella, poi abbassò gli occhi.
«No» disse tornando a guardare la sorella. «Ho sognato la morte di nostra madre.» Il sorriso sul volto di Nadìa si spense all’istante. Fece per parlare ma dalla Bruma emersero le figure di Bakuras, Brychan e Felthri. Bakuras stringeva come sempre la lancia che era stata di suo padre e, quando si fermò, ne pianto l’impugnatura a terra tre volte, radunando il piccolo gruppo di superstiti.
«Garren ci ha lasciati. Le tracce sono dirette a ovest, verso il villaggio fialmann. Lo raggiungeremo là. Non ci saranno altre soste fino al villaggio.» Come sempre la voce di Bakuras non tradiva alcuna emozione. Terlea si chiese come potesse mascherare così bene la furia che doveva di certo provare per la disobbedienza di Garren poi si accorse che Felthri la stava fissando e senti il proprio volto avvampare.
«Avanti!» tuonò Bakuras, «diamoci una mossa.»
Tutti scattarono e raccolsero in fretta i propri averi disponendosi nel solito ordine di marcia. Non essendoci più Garren sarebbe stata Brychan ad aprire la fila. Memolch fece per allontanarsi nella direzione opposta che avrebbe preso il resto del gruppo ma Bakuras lo fermò: «Dovremmo arrivare al villaggio abbastanza in fretta. A questo punto non serve che tu rimani indietro. Se non ci hanno ancora raggiunti, non credo lo faranno ora. Resta davanti con Brychan e… occhi aperti.»
Memolch si limitò ad annuire e prese posizione. Poi partirono.
Fu una marcia assai breve. Raggiunsero in fretta un largo e rapido torrente. Il sole era sorto e la bruma si era lentamente dispersa scomparendo del tutto. Alla sponda frastagliata di massi, i superstiti figli di Galkur si fermarono raggruppandosi.
Bakuras e Brychan si guardarono attorno incerti. Evidentemente non era loro ben chiaro quale direzione prendere.
«E se siamo andati oltre il villaggio?» chiese Felthri senza rivolgersi a nessuno in particolare.
«No. Narald, il fratello di mio padre, veniva spesso dai fialmann per scambiare pelli e formaggio. Una volta mi disse che il villaggio sorge proprio vicino a un grosso torrente che scorre a tre giorni di cammino dal nostro. Non può che essere questo. Si tratta solo di capire se risalire la corrente o scenderla. Se solo avessimo un punto di riferimento…» disse Bakuras.
«I sentieri di caccia» disse Memolch. Tutti si voltarono a guardarlo. «I fialmann sono principalmente cacciatori, giusto? La boscaglia deve essere battuta spesso, no? Lasciate che trovi uno dei sentieri e da li non sarà difficile trovare tracce che portano al villaggio. Voi rimanete qui e state allerta. Non ci metterò molto» e senza nemmeno aspettare l’approvazione di Bakuras, si lanciò tra gli alberi scomparendo alla vista. Il giovane capo potè solo sollevare una mano nella direzione in cui Memolch era scomparso, ma la lasciò ricadere subito, atterrito.
«La tua autorità sta venendo meno o sbaglio?» lo punzecchiò Brychan. Bakuras si limitò a fulminarla con lo sguardo ma fu Nadìa a rispondere al suo posto prendendone le difese.
«Se le cose non ti stanno bene come sono, perché non te ne sei andata con Garren? O forse anche lui non se l’è sentita di ascoltare in continuazione le tue lamentele…»
«Sta zitta! Tu non sai un bel niente! Garren mi ha impedito di seguirlo per restare a badare a voi ragazzine. E ti ricordo che io mi ero offerta di andare avanti ma Bakuras me lo ha impedito!»
«Ti sei offerta a parole. Che tu poi lo avresti fatto… è tutt’altra cosa. Forse volevi solo metterti in mostra, cioè fare quello che fai semp…»
Nadìa non potè finire la frase. Come una furia Brychan le fu addosso e, essendo più alta e di costituzione molto più robusta, investì Nadìa con la violenza di una valanga, scagliandola a terra. Prima che quest’ultima potesse riprendersi, iniziò a schiaffeggiarla con violenza.
«Per tutti i delvron dell’Hel-Burnog ti insegno io a portare rispetto a chi è più anziano di te, stupida ragazzina» le urlò mentre Nedìa, intontita non sembrava potersi opporre alla furia di Brychan.
Terlea, vedendo la sorella in difficoltà avanzò per aiutarla ma Brychan se ne accorse e con un violento spintone la respinse facendola cadere all’indietro. Finì con il sedere su un cumulo di sassi frastagliati e un dolore lancinante le attraversò il corpo togliendole il fiato. La rabbia la invase e la aiutò a ignorare in parte il dolore mentre tentava di rimettersi in piedi. Due mani la afferrarono per i fianchi issandola di peso. «Tutto bene?» chiese la voce di Felthri alle sue spalle. Terlea non si volse a guardarlo ne rispose. Teneva lo sguardo su Brychan e avrebbe voluto saltare su di lei per ricambiarla del dolore che sentiva ma le mani di Felthri, chiuse come le fauci di un mastino, le impedivano di muoversi. «Lascia che sia Bakuras a occuparsene» disse il ragazzo.
Nadià strillava mentre cercava di ripararsi dai colpi della rivale che, dotata di maggior forza, non aveva problemi a sovrastarla. Poi Bakuras avvolse un braccio attorno alla vita di Brychan sollevandola come un fuscello, scalciante e imbestialita.
«Basta!» tuonò Bakuras. «Volete che i dnor-ol-kon ci sentano? Per gli spiriti dei vostri antenati vi ordino subito di…».
Un urlo si levò improvviso, tanto acuto e pungente che Terlea pensò che se fosse continuato le avrebbe trapassato il cranio uccidendola. Portandosi le mani alle orecchie si volse verso l’origine di quel grido e ciò che vide la riempi di orrore.
Nimoee era in piedi, diritta come un fuscello e protendeva le braccia in avanti come a voler indicare tutti loro. I suoi piedi sembravano non toccare il terreno, come se una forza sovrannaturale la sostenesse, scompigliandole anche i capelli che fluttuavano vivi e guizzanti come serpi attorno alla sua testa. Ma la cosa più terribile erano gli occhi. O meglio, l’occhio. Il sinistro brillava di una luce bianca e accecante tanto che Terlea faticava a scorgere i lineamenti del viso di Nimoee oltre il bagliore e fu costretta a distogliere lo sguardo dal volto, tenendolo solo al limite del campo visivo.
Poi Brychan urlò e iniziò a contorcersi tra le braccia di Bakuras. Un grido di dolore tanto atroce che Terlea aveva udito emesso solo dai maiali in procinto di essere sgozzati.
Brychan si dimenò e scalciò con tale impeto da riuscire a liberarsi dalla presa di Bakuras che, sbilanciato, perse l’equilibrio finendo a terra. Lesto si contorse ruotando su se stesso per tornare in posizione eretta con l’agilità e rapidità di un felino. Brychan, con gli occhi spalancati e pieni di orrore, si era però gettata a terra scalciando e dimenandosi come posseduta da uno spirito gunloargé. Era chiaramente vittima di un forte dolore e più si dimenava sul terreno roccioso, più si procurava ferite ed escoriazioni.
«Basta Nimoee! Smettila!» urlò Felthri frapponendosi in fretta tra la sorella e Brychan. «Cosa stai facendo? Per favore smettila!». Felthri Urlava per farsi sentire sopra lo straziante e acuto grido di Nimoee e nella sua voce c’era paura e disperazione. Teneva il braccio destro sulla fronte, per schermarsi da quel bagliore che, se guardato direttamente, era accecante. Terlea, che pure fissava la scena schermandosi gli occhi con la mano, si chiese se Felthri avesse già visto Nimoee fare una cosa simile.
Nonostante le difficoltà cui era sottoposto, Felthri tentava di avanzare verso la sorella. A Telrea sembrava però facesse molta fatica, come se si stesse muovendo nell’acqua o fosse respinto da un’invisibile forza avversa.
«Ti prego…» urlò Felthri fermandosi a meno di tre passi da Nimoee e all’apparenza incapace di avanzare oltre. «Non farlo. Non…». Disse ancora qualcosa ma le parole arrivarono indistinte e incomprensibili alle orecchie di Terlea.
Improvvisamente l’urlo cessò e Nimoee si accasciò, svuotata di ogni energia, come un sacco vuoto lasciato cadere improvvisamente a terra. Felthri fu rapido ad afferrarla e, sedendosi, la tenne tra le braccia come una madre terrebbe un figlio malato.
Al cessare del terrificante urlo, Brychan smise lentamente di lamentarsi e dimenarsi, rimanendo infine immobile e, all’apparenza, priva di coscienza. Le parti del corpo non protette da abiti erano coperte di graffi e segni che si era procurata dibattendosi sul terreno sconnesso e presto sarebbero diventati lividi bluastri.
Un silenzio attonito regnò per diversi attimi tra i figli di golkar e Terlea vide Llyrd, con le mani ancora premute sulla bocca come volesse tenere dentro un urlo di terrore, fissare Flethri e Nimoee. Lentamente tutti si volsero a Bakuras che, immobile, guardava invece il corpo esanime di Brychan.
Nadìa, che era rimasta dove Brychan l’aveva getta a terra per tutta la durata di quella sorprendente manifestazione dei poteri di Nimoee, si alzò pulendosi con il dorso della mano il rivolo di sangue che le colava dal labro.
Si avvicinò a Bakuras allungando una mano per toccargli il braccio. «Mi dispiace» riuscì a sussurrare prima che lui le allontanasse in malo modo la mano dicendo solo, con tono furibondo: «Non mi toccare» poi si chinò su Brychan per verificare il suo stato di salute.
Terlea vide le lacrime brillare negli occhi di sua sorella prima che questa si voltasse allontanandosi verso il torrente. Avrebbe voluto seguirla ma decise di andare a vedere prima come stessero Felthri e Nimoee. Avvicinandosi cauta si accorse che la ragazza era cosciente e che ansimava come dopo una corsa a perdifiato. L’occhio sinistro era spalancato ma aveva ripreso il suo normale, se così si poteva definire, colore lattiginoso. Il destro era pure aperto ma sembrava vacuo, fisso sul cielo semicoperto dalle fronde.
«Come sta?» chiese Terlea.
«Non lo so. Non mi risponde. Quel grido… Quella luce… Cosa erano? Cosa è successo a mia sorella?» domandò Feltrhi ma Terlea dubitava quelle domande fossero rivolte a lei. Di certo non ne conosceva le risposte. Ne dedusse però che anche per Felthri doveva trattarsi si una cosa nuova.
Notò che lentamente Nimoee si stava riprendendo e che l’occhio destro riacquistava lucidità. Quando a Terlea parve di nuovo totalmente presente, la ragazza che aveva terrorizzato tutti i presenti fissò il fratello come se lo vedesse per la prima volta. Poi scoppiò in lacrime abbracciandolo.
Voltandosi Terlea vide che anche Brychan si stava riavendo. Bakuras l’aveva sollevata a sedere e le stava controllando le escoriazioni su braccia e viso. Brychan sembrava stranita e fissava Flethri e la singhiozzante Nimoee con gli occhi pieni di orrore e le sue mani tremavano vistosamente.
Terlea cercò Nadìa e la vide sul bordo del torrente. Dcise di raggiungerla. Trovò la sorella in ginocchio impegnata a pulirsi il viso con l’acqua.
«Come stai?» chiese più preoccupata dall’espressione ferita che aveva visto sul volto della sorella per il gesto duro di Bakuras che non per le ferite infertale da Brychan.
«Lasciami in pace» rispose brusca Nadìa. «Cosa vuoi? Vuoi vedere come mi ha ridotta?» le disse voltandosi e mostrando il volto su cui si andavano allargando diversi lividi bluastri. Il labro superiore, verso sinistra, si andava gonfiando e sanguinava leggermente. Terlea si chinò e dalla borsa che portava a tracolla recuperò una striscia di lino grezzo e tinto di rosso che usava a volte per raccogliere i capelli. Lo immerse nell’acqua limpida del torrente e lo avvicinò al labro spaccato di Nadìa che all’inizio si ritrasse poi, rassegnata, si lasciò medicare.
«Non avresti dovuto provocare Brychan. Lo sai come è fatta. Inoltre credo non aspettasse che l’occasione di farti capire che è lei la più forte tra noi femmine…»
«Io volevo solo…» iniziò Nadìa ma si fermò come se avesse timore di confessarlo.
«Sostenere Bakuras, certo» finì per lei Terlea. «Ma non mi sembra il momento adatto per mettersi a litigare per l’attenzione di un maschio, non credi? Nemmeno se si tratta del capo…»
Nadìa si limitò a fissare la sorella con sguardo incupito.
«Ti fa male qui?» le chiese Terlea toccando delicatamente lo zigomo sinistro di Nadìa. Questa si ritrasse con un gemito.
«Sta diventando del colore delle bacche di mirtillo quasi mature… Abbiamo già troppi problemi, non credi? Mettersi a litigare tra noi non ci aiuterà di certo. Siamo rimasti solo in nove. Il villaggio distrutto e i nostri genitori e il tutti gli altri membri del clan morti...»
«E tu allora? Hai addirittura giaciuto con Flethri stanotte!» protestò Nadìa.
«È venuto lui non l’ho certo chiamato io» si giustificò Terlea.
Un leggero sorriso apparve sul volto di Nadìa. «Forse sono solo invidiosa…» disse abbassando lo sguardo. «Io ancora non so cosa si prova a stare così tra le braccia di un… uomo.»
A Terlea non sfuggi l’esitazione della sorella nel definire Felthri un uomo e in effetti egli non aveva ancora avuto modo di dare prova di potersi fregiare del titolo di un-kun. La prova lo avrebbe atteso solo alla festa di mezza estate dell’anno successivo. Ma, riflette Terlea, se così non fosse stato, se Flethri non fosse stato più un un-kab, un giovane, ora non sarebbe stato lì con loro ma morto, come tutti gli altri uomini del clan uccisi dai dnor-ol-kon.
«Vedrai che Bakuras ti perdonerà per quello che è successo. Lo vedo come ti guarda e come tu guardi lui. Ma credo che ora l’importante sia trovare un posto sicuro, un luogo che ci permetta di sopravvivere. Solo allora forse potremo pensare a colui che un domani imbriglierà i nostri cuori… » disse Terlea.
Nadìa annui e, sorridendo, chiese: «Da dove ti arriva tanta saggezza?»
Terela rise a quelle parole. «Dalla mamma forse» rispose. «Era sempre pronta a dare consigli a tutti, ricordi?»
«Già. E di lei cosa pensi?» disse Nadìa indicando verso Nimoee con un lieve movimento del capo, come avesse paura di attirarne l’attenzione. «Hai sentito quel suono? Credevo mi sarebbe scoppiata la testa.»
«Non so. Albruth era l’unico a tenere in qualche modo a Nimoee. Lui e Felthri. E il vecchio druido era convinto che Nimoee fosse speciale. Ricordi come la difendeva dalle accuse di essere una portatrice di sventure?»
Nadìa annui ma prima che potesse aggiungere qualcosa la voce di Brychan attirò l’attenzione delle sorelle.
Rimessasi in piedi, Brychan stava inveendo proprio contro Nadìa.
«No! Non mi importa se è una del clan. È una Lamia, è una figlia di daevra! Devi ucciderla Bakuras! Non puoi lasciarla vivere! Hai visto cosa ha fatto? Hai visto?» Mentre urlava mostrava a Bakuras le mani insanguinate, i lividi, i graffi.
Bakuras tentava di calmare la rabbia della ragazza ma con scarsi successi. Poteva solo frapporsi e impedire a Brychan di tentare di aggredire Nimoee. Per la verità a Terlea non pareva che Brychan avesse questa gran voglia di affrontarla apertamente come aveva fatto con Nadìa.
Nimoee teneva il volto premuto contro il petto di Felthri. Aveva smesso di piangere. O almeno così a Terlea sembrava. Felthri la teneva ancora tra le braccia mentre fissava Brychan iroso. Lyrd era arretrato fino poggiare le spalle contro un enorme roccia e si copriva il volto con le mani singhiozzando terrorizzato.
«Per la dea, basta!» tuonò Bakuras all’improvviso sollevando le braccia. Tutti si volsero a guardarlo zittendosi.
«Ma cosa vi prende a tutti? Avete dimenticato perché siamo qui? Cosa ci è successo? Cosa è successo al nostro clan, alle nostre famiglie, a… tutto quello che avevamo?». Il volto di Bakuras era livido. Mentre parlava si girava in continuazione per guardarli tutti in faccia. «Siamo gli ultimi golkar-da. Se non restiamo uniti… cosa resterà del nostro clan?» quelle ultime parole uscirono flebili e Terlea, più che udirle, le interpretò dal vago sussurro che le giunse. Bakuras si lasciò cadere seduto, raccolse la lancia, se la mise sulle ginocchia e rimase immobile a fissarne l’impugnatura ricca di iscrizioni che suo padre aveva intagliato, a ricordo delle proprie gesta, alla fine di ogni grande battuta di caccia.
Brychan rimase a guardare Bakuras per un istante con aria sdegnata poi si voltò di scatto e si allontanò verso il torrente per lavarsi le ferite badando a tenere una certa distanza da Terlea e Nadìa.
«Va a parlare con lui» ordinò Terlea alla sorella senza distogliere lo sguardo da Bakuras.
«Io? E cosa dovrei dirgli? Io non…» iniziò a protestare Nadìa ma Terlea la fermò afferrando alla sorella una delle mani che questa agitava a mezz’aria.
«Ha bisogno di essere rassicurato. Che qualcuno gli dica che sta facendo bene. Se perdiamo anche lui, chi ci guiderà?»
Nadìa osservò per un po’ Bakuras in silenzio. Terlea vide molte cose sul viso di sua sorella: dubbio, paura, sconforto, incertezza, pena. Mise una mano sulla schiena della sorella e la spinse verso il centro di tutti quelle contrastanti emozioni.
Quando Nadìa fu in ginocchio di fianco a Bakuras, Terlea si avvicinò di nuovo a Felthri e Nimoee.
Si accovacciò ma rimase in silenzio, preferendo aspettare che fosse uno di loro due a parlare con lei per primo. Felthri la guardò per un istante, nei suoi occhi c’era un immensità di gratitudine per il solo fatto che Terlea si fosse avvicinata. Ma c’era anche molta paura anche se non seppe dire per chi o cosa, se per il giudizio degli altri nei confronti di Nimoee o se verso la sorella stessa.
Felthri sussurrò qualcosa all’orecchio di Nimoee e questa, in tutta risposta, affondò ancora di più il volto nella casacca di lui.
Fu Felthri a rompere il silenzio tra loro.
«Mi dispiace» disse solo.
«E di cosa? Tu non hai fatto niente». Quando vide che lo sguardo di Fenthri si indurì si affrettò ad aggiungere: «E nemmeno Nimoee. La sua è stata una reazione comprensibile. Uhmmm… fuori dal comune certo, ma vedere Nadìa e Brychan litigare deve averla spaventata più di quello che già non era… » e allungò una mano posandola sulla spalla di Nimoee.
Questa da prima fece per ritrarsi poi sollevò il volto e si girò a guardarla. Terlea non potè non concentrare lo sguardo su quell’occhio lattiginoso. Il suo colore era quello di Tylika nelle notti limpide in cui rifulgeva in tutto il suo pieno splendore.
«Va tutto bene, Nimoee» disse Terlea. «Brychan sta bene. È solo… spaventata. Beh, tutti noi lo siamo. Ma nessuno si è fatto davvero male e…»
«Tu non sai niente!» sibilò la ragazza stringendo gli occhi e assumendo un’espressione di sfida. «Voi tutti non sapete niente. Mi chiamate Lamia, strega e gangrlea. Mi odiate. Ma sai cosa ti dico? Fate bene. Perché io avrei potuto ucciderla. Avrei potuto uccidervi tutti!» La sua voce era talmente affilata e carica d’odio che a Terlea non sembrò nemmeno quella di Nimoee.
«Smettila Nimoee, ti prego. Non dire così. Nessuno ti odia. E nessuno ti farà del male. Ci sono io proteggerti. Te lo prometto» disse Felthri. La sua di voce era invece pregna di sconforto. Perfino a Terlea parve chiaro che non credeva molto nemmeno lui a quanto stava affermando.
«Tu?» sibilò Nimoee. «E come? Abbraccerai anche me durante le fredde notti a venire? Forse se ti spuntassero altre due braccia…»
Il sarcasmo di Nimoee fu interrotto dal ritorno di Memloch. Quando parlò tutti si alzarono e volsero a lui. Sorrideva.
«Ho trovato un sentiero e delle tracce. Siamo scesi troppo a valle. Dobbiamo risalire il torrente ma ho trovato un albero con incisi i simboli che delimitano il territorio dei fialmann. Il villaggio non è lontano.»
Poi si guardò un po’ attorno scrutando i volti dei compagni e, incerto, aggiunse: «È successo qualcosa mentre non c’ero?»

lunedì 12 marzo 2012

Sui Figli di Golkar


Golkar, figlio di Gondral, era un cacciatore e un capo clan, a sua volta figlio di capi per nove generazioni. Allora, almeno 400 anni prima gli eventi del racconto Gli ultimi Figli di Golkar, il popolo saerune era diviso in nove tribù e molti clan erano in guerra aperta gli uni con gli altri per il controllo del territorio o per mera brama di potere di questo o quel re. Il clan di Gondral, i Falkar-ma Galeha, erano parte della tribù dei Bamaderan, oggi estinta e assorbita per lo più dalla tribù Reartan.
Il clan Falkar-ma dominava un piccolo territorio collinoso distante dieci giorni di cammino dalle sponde occidentali del grande Lago Ynkl al cui centro sorgeva, e sorge tutt’ora, l’isola Artan-dolomean. Era un clan composto per lo più da pastori e agricoltori, capace all’occorrenza di difendersi ma non dedito all’aggressione di clan vicini. Gli uomini e le donne lavoravano duro per tre quarti dell’anno e durante l’inverno riposavano e si addestravano nelle armi e nella caccia. Il capo dei Falkar-ma era sempre un ventralgor, un cacciatori di denti, un cacciatore/guerriero specializzato nella protezione del territorio del clan dalle molte fiere che popolavano, e popolano tutt’ora, le aree più selvagge del continente. 
Nel ventesimo inverno della sua vita, Golkar, che era il più giovane dei Ventralgor del clan, tornò da una battuta di caccia ad un Belbentar, una fiera che  infestava le terre del clan e si rifugiava tra le innevate colline a est. Unico superstite dei quattro ventralgor partiti, Golkar aveva condotto con se una donna straniera. Egli era già sposato e aveva tre figli ma, di fronte a tutto il clan che aveva riunito, annunciò che da quel giorno, la donna il cui nome era Kandyra, sarebbe stata sua compagna. Non disse mai ne come ne dove aveva incontrato la donna dai capelli corvini, gli occhi azzurri come il cielo d'estate la voce soave e dolce come l'abbraccio di una madre.
Il cambio di moglie non sarebbe stato un grosso problema. Il matrimonio per i saeruni non è un vincolo assoluto. Il problema era che Kandyra era una valderrin, una paria, identificata dai tatuaggi tribali che adornavano parte del suo corpo. I valdarrin sono umani che vivono a est dell’alta catena montuosa Wyrmcralst, facenti parte di una discendenza che per diversi motivi sono stati allontanati dal popolo saerune e nel corso dei secoli hanno creato insediamenti più o meno grandi iniziando ad adorare  divinità oscure e sanguinarie e a ha praticare oscenità quali il cannibalismo e l'astrabalismo (l'atto di evocare spiriti e costringerli a possedere il proprio corpo e, riuscendo a dominarli, guadagnando capacità sovrumane).
Ad ogni modo Kandyra non fu accettata dal padre di Golkar, Gondral. L’anziano capoclan impose anzi al figlio di uccidere la donna e immolarne l’anima agli dei per chiedere perdono di averla condotta tra le genti del popolo.
Golkar rifiutò e insieme ai tre figli, a Kandyra e alla prima moglie, che scelse di rimanergli vicino, si allontanarono per non fare più ritorno e diventando a tutti gli effetti valdarrin. Dopo un viaggio di diverse settimane il piccolo gruppo, superate difficoltà non indifferenti, raggiunse una zona nei pressi di una palude. Qui Golkar fondò la sua casa ed ebbe altri figli, si dice, quasi una ventina dalle sue due mogli. I suoi figli generarono altri figli (un minima quantità da rapporti incestuosi) procurandosi spose e/o sposi nei villaggi dei clan vicini, sia saeruni che valdarrin.
Nacque così il clan dei Golkar-da (Figli di Golkar o, meglio, la discendenza di Golkar) destinato ed estinguersi quattrocento anni dopo la sua nascita per mano dei Dnor-ol-kon, i plasmatori di lampi.
Durante il regno di Leritannus, quasi duecento anni prima gli eventi del racconto Gli ultimi figli di Golkar, i golkar-da furono annessi alla tribù dei Reartan, entrando a far parte a tutti gli effetti del popolo e non venendo più considerati valderrin. 

venerdì 3 febbraio 2012

Gli ultimi Figli di Golkar (Parte 1)


I superstiti figli di Golkar avanzavano nella boscaglia a passo veloce, quasi correndo. Bakuras, il capo del gruppo nominatosi per anzianità, li spronava di continuo a suon di minacce..
«Avanti Terlea! Stai facendo rallentare tutti. Vuoi che i dnor-ol-kon ci prendano? Vuoi forse assaggiare il fuoco verde? Vuoi vederci tutti bruciare come sterpi? Per Tylika e per gli spiriti di tutti i tuoi avi, muovi quei ramoscelli senza nerbo che hai per gambe!»
Punta nell’orgoglio, Terlea cercò dentro di se le forze per ubbidire. Teneva gli occhi fissi sulla schiena di Nadìa che la precedeva ma nella sua mente immaginava se stessa bruciare avvolta da fuoco verde, lo stesso fuoco che aveva visto, tre notti prima, avvolgere sua madre e molti uomini e donne del clan.
Cercò la forza, ma dentro di se trovò ben poco da cui attingere. Nemmeno il ricordo delle atrocità cui era stata testimone serviva più. Era stremata. Ogni parte del corpo le urlava contro con la voce del dolore, ben più crudele di quella di Bakuras, implorandola di fermarsi e riposare. Marciavano spediti dalle prime luci dell’alba e si erano fermati solo per due brevi soste. Poco cibo, pochissima acqua. Bakuras sosteneva che bisognava mangiare e bere poco, che più si era leggeri, più si viaggiava veloci. Doveva essere la paura la loro più grande fonte di energia.
E la paura li spingeva e manteneva vivi, la paura e la speranza di raggiungere in fretta la loro meta, il luogo sicuro promesso da Bakuras in cui avrebbero non solo trovato protezione, ma gente pronta ad aiutarli a vendicare quanto successo al clan dei Golkar-da.
Si sentì un gemito e poi un tonfo in parte soffocato dal manto di sterpi e muschio che copriva il terreno. Cercando di non rallentare ulteriormente il passo, Terlea si guardò alle spalle per vedere cosa fosse successo e vide Bakuras fermo con lo sguardo fisso su un corpo accasciato al suolo.
Nimoee era caduta un'altra volta.
Felthri tornò velocemente indietro per soccorrere sua sorella. La ragazza, come sempre ultima del gruppo, seguita solo da Bakuras, era caduta in avanti, la faccia sprofondata nell’umido terreno. Non sembrava dare segno di potersi rialzare ne di volerlo fare.
«Fermi!» urlò Bakuras. Tutti, da Garren che apriva la fila, a Terlea che era l’ultima di quelli ancora in movimento, si arrestarono. Terlea ringraziò mentalmente Nimoee per quella sosta imprevista, sospettando che anche gli altri stessero facendo altrettanto, anche se non lo avrebbero mai fatto ad alta voce. La debolezza di Nimoee dovea essere solo disprezzata. Farne una scusa a proprio vantaggio avrebbe significato ammettere di essere a propria volta deboli.
Da dove era crollata a terra esausta, Terlea vide Feltrhi afferrare Nimoee per un braccio e sollevarla senza alcuna delicatezza.
«Nimoee! La devi smettere di rallentarci tutti! Sei la più lenta! La più goffa di tutti» le urlò in faccia. «Vuoi che ci raggiungano? Vuoi essere la responsabile della morte di tutti noi?» continuò, incurante dallo sguardo atterrito e sfinito della ragazza che, stremata, sembrava non solo non avere le forze di rispondere, ma nemmeno quelle per reggersi in piedi.
«Smettila Feltrhi» disse Bakuras avvicinandosi. Terlea notò che il loro giovane capo non appariva minimamente stanco o provato dalla marcia forzata. Il suo respiro era regolare, il suo corpo non presentava tracce di sudore e si muoveva con estrema naturalezza, come se si fosse appena svegliato dopo una notte di assoluto riposo. «Ci fermiamo per un po’. Aspettiamo che Memolch ci raggiunga poi ripartiamo. Sia ben chiaro: non accetterò altre soste fino al calar della notte.»
Nessuno levò obiezioni.
Terlea si trascinò verso Nadìa che si era seduta poggiando la schiena al grosso tronco di un olmo.
«Come stai?» chiese la sorella maggiore passandole la borsa di pelle con gli avanzi di cibo.
«Malissimo» rispose Terlea ancora ansimante. Frugò nella borsa trovando un pezzo di pane secco, una mela mangiata a metà e tre tuberi che ne lei ne la sorella avevano osato toccare. Mangiati crudi erano orribili, al limite del vomito ma non volendo azzardarsi ad accendere fuochi, non potevano cucinarli in alcun modo.
«Tu non mangi?» chiese spezzando il pane a metà e passandone un pezzo alla sorella. Nadìa lo prese ma si limitò a rigirarselo tra le mani.
«Non ho molto appetito» disse.
«Mangia qualcosa, Nadìa!» disse Bakuras passando loro vicino senza fermarsi. Mentre si allontanava, in direzione di Brychan, aggiunse: «Ti voglio in forze. Se non mangi diventerai debole e i deboli… soccombono.» Non c’era rimprovero nelle sue parole, ne ombra di minaccia. Solo, e forse era peggio, crudo e tragico realismo.
Nadìa ubbidì e addentò il tozzo di pane. Era sempre così, rifletté Terlea. Se era Bakuras a dirlo, Nadìa eseguiva all’istante e senza obiezioni e Terlea era certa che non dipendesse solo dal fatto che Bakuras era il capo, i cui ordini vanno sempre eseguiti. C’era dell’altro. Bastava osservare attentamente come Nadìa lo guardava, ogni volta che lui era nei paraggi.
«Piantala!» si sentì urlare. Rendendosi conto di aver attirato l’attenzione di tutti, Feltrhi abbassò la voce mentre aiutava la sorella a ingoiare qualcosa.
Telrea sospettò che Nimoee, come ormai faceva dall’inizio di quella fuga, stesse pregando il fratello di lasciarla lì. Non posso farcela, l’aveva sentita piagnucolare. Non voglio che siate catturati per colpa mia. Non ce la faccio. Lasciatemi qui e continuate voi. Io non valgo nulla.
Patetica, la definiva Nadìa e Tarlea non poteva che concordare. Avrebbero dovuto lasciarla indietro da un pezzo. Bakuras nemmeno la esortava più, ne con insulti ne con minacce. Era una battaglia persa in partenza e la ragazza dall’occhio bianco li stava rallentando parecchio. Senza di lei sarebbero probabilmente già arrivati al villaggio del clan Fialmann, loro agognata meta.
«Provi disprezzo per lei?» chiese all’improvviso Nadìa indicando con un gesto del mento Nimoee e Tarlea si rese conto che la sorella la osservava già da un po’ e doveva aver intuito i suoi pensieri.
«Si!» rispose Tarlea senza esitare. «Per colpa sua siamo più lenti.»
Nadìa la guardò per un istante poi, gelando il sudore che ricopriva il corpo di Terlea, sorrise malevola e disse: «Dovresti essere grata alla dea che lei è con noi. Se non ci fosse lei, saresti tu la più lenta di tutti!» poi Nadìa prese un piccolo sorso d’acqua dall’otre che portava al fianco.
La verità nelle parole della sorella colpì Terlea come un pugno allo stomaco. Si volse a guardare Nimoee e suo fratello Felthri ripensando alla viaggio fino a quel punto. Bakuras aveva rimproverato spesso Terlea, ma almeno gli altri avevano guardato a Nimoee con disprezzo, non a lei. Se fosse toccato a lei subire quegli sguardi accusatori e sprezzanti, probabilmente non avrebbe retto. Forse sarebbe crollata. Forse.
Distogliendo lo sguardo Tarlea si volse a cercare Bakuras e lo vide, poco distante, parlare con Memolch. Telrena noni era nemmeno accorta che il ragazzo, lasciato di retroguardia, li avesse già raggiunti. Ma con Memolch era sempre così: tanto veloce quanto silenzioso e, di tutti loro, quello con l’udito più fine e la vista più acuta. Non per nulla Bakuras aveva incaricato lui di rimanere dietro per scorgere eventuali segni di inseguitori. E il figlio di Mulray, ultimo capo del clan dei Golkar-da, un giorno sarebbe stato uno dei più grandi cacciatori del clan. Restava solo da stabilire quale clan.
Memolch e Bakuras stavano parlando a bassa voce e Terlea non poteva sentire cosa si stessero dicendo. In quel momento anche Garren si avvicinò ai due e poco dopo la conversazione divenne più animata attirando l’attenzione di tutti.
«Se andiamo avanti così ci raggiungeranno!» disse Garren rivolgendosi a Bakuras. «Lascia che qualcuno vada avanti. Il villaggio dovrebbe essere orami vicino. Se vado io, posso raggiungerlo già stanotte.»
«Tu mi servi qui. Se ci raggiungono, io da solo non posso difendere tutti!» rispose Bakuras con un tono che non ammetteva repliche.
«Allora manda Felthri. È veloce. Se riesce a convincere i guerrieri del clan Fialmann a venirci incontro, avremo maggiori possibilità di farcela!»
«Senza Felthri, Nimoee non ce la farebbe. E non voglio lasciare indietro nessuno, te l’ho già detto!»
«Andrò io!» disse Brychan alzandosi. La ragazza aveva la stessa età di Garren e solo un ciclo di stagioni meno di Bakuras. Era alta e forte. Di certo, la più forte delle femmine di quel piccolo gruppo di disperati. Terlea la invidiava tanto quanto Brychan disprezzava lei. Un disprezzo nato da alcune stagioni e che Terlea aveva avuto modo di comprendere solo in quei tre giorni di fuga: la ragazza la odiava per il semplice fatto di essere la sorella di Nadìa e il motivo erano le attenzioni che Bakuras dispensava a Nadìa. Evidentemente, aveva dedotto Terlea, anche lei desiderava quelle attenzioni e ne era profondamente gelosa.
Bakuras rimase un attimo a riflettere osservando Brychan. Poi scosse il capo. «No. È troppo rischioso. Insieme abbiamo maggiori possibilità di farcela tutti» sentenziò.
«È una follia! Ci faranno raggiungere» tuonò Garren facendo un gesto con la mano verso sinistra dove si trovavano Nadìa, Terlea, Nimoee e Felthri. Terlea si chiese se con quel gesto il giovane cacciatore intendesse comprendere tutti loro o solo la debole Nimoee. Optò però per la prima ipotesi.
«Se sono vicini come sostiene Memolch, ci raggiungeranno e significa che ci stai condannando tutti!»
Bakuras non rispose. Le parole di Garren erano sensate non poteva certo negarlo. Terlea si chiese se la decisione di Bakuras non avesse il solo senso di contrastare le parole di Garren. Tra i due non correva certo simpatia. Il più giovane invidiava palesemente la posizione di comando del più anziano e non era la prima volta che cercava di mettere in cattiva luce le sue scelte. Terlea era però più propensa a dar ragione a Bakuras: erano un gruppo. Erano, con ogni probabilità, gli unici membri del clan Golkar-da superstiti. Erano gli ultimi figli di Golkar. Dovevano restare uniti e aiutarsi a vicenda.
«Basta» disse Bakuras. «Restiamo uniti. Non voglio sentire altro» e si allontanò da solo verso un alto albero dove, poggiando una mano al tronco, rimase a riflettere dando loro le spalle. Quasi subito Brychan lo raggiunse e i due iniziarono a parlare senza poter essere uditi.
Terlea vide che Nadìa li osservava sospettosa. Fece finta di nulla e si alzò e, dopo aver afferrato l’otre della sorella, si avviò verso Felthri e Nimoee poco distanti.
Nimoee era accasciata tra le braccia del fratello che la sosteneva con un braccio dietro le spalle. La ragazza aveva gli occhi chiusi e un espressione di profonda sofferenza sul volto.
«Tieni» disse Terlea porgendo l’otre a Felthri. «Dalle un po’ di questo. All’acqua sono state mischiate bacche di jednas. Le daranno un po’ di forza.»
Felthri prese l’otre. Nel farlo sfiorò intenzionalmente la mano di lei. «Grazie» le disse, poi porse l’ugello dell’otre alle labbra secche e livide di Nimoee che, sentendo il liquido inumidirle la bocca, iniziò a bere avida. Felthri le impedì di bere troppo e riconsegnò l’otre a Terlea con un sorriso. «Sei molto gentile con noi» le disse.
Terlea ricambiò il sorriso ma la sua espressione cambiò spostando lo sguardo sul viso di Nimoee. La ragazza aveva aperto gli occhi e la stava fissando. Il suo occhio sinistro aveva l’iride completamente bianco, lattiginoso. L’altro era di un blu profondo e cupo. Era nata così e dall’occhio bianco Nimoee sosteneva di non poter vedere nulla. Ma nel clan girava voce che con quell’occhio la ragazza fosse in grado di vedere gli astrali e i gheas, gli spiriti dei morti e gli spiriti dei vivi. Un brivido percorse la schiena di Terlea. Si chiese cosa stesse vedendo ora fissando quell’occhio su di lei e il disprezzo che provava per la ragazza si trasformò presto in inquietudine e timore.
«In piedi!» disse improvvisamente Bakuras. Tutti obbedirono compresa Nimoee seppur con l’aiuto del fratello.
«Memolch rimani indietro come al solito. Fai attenzione. Gli altri in marcia. Niente più soste fino al calar della notte o fino al villaggio. E per gli dei del cielo e della terra, pregate che si avveri prima la seconda delle due cose.» Senza aggiungere altro attese che tutti si rimettessero in cammino poi, come al solito, si avviò chiudendo la fila.
Terlea affiancò la sorella e le riconsegnò l’otre.
«Non avresti dovuto sprecare lo jednas abbeverando Nimoee…» le disse.
«Tu non lo avresti fatto per me?» chiese Terlea. Nadìa la scrutò per un attimo ma non rispose.
Si rimisero in cammino e non parlarono più, risparmiando il fiato per la marcia.

La notte scese rapida nel sottobosco, prima allungando e infittendo le ombre, poi addensandole tanto da renderle impenetrabili. Quando avanzare iniziò a essere troppo pericoloso, Bakuras ordinò al gruppo di fermarsi.
Quasi tutti si accasciarono stremati nel punto in cui si trovavano. Solo Bakuras e Garren rimasero in piedi. Il primo non dava segno di alcuna stanchezza e iniziò a controllare, per quanto la scarsa luce lo permettesse, la zona circostante in cerca di pericoli o qualsiasi cosa potesse essere utile al gruppo. Garren, seppur ansimante, non volle evidentemente essere da meno di Bakuras e rimase in piedi ancora un po’. Quando evidentemente ritenne di non aver più bisogno di dare sfoggio della propria forza, si avvicinò a un masso coperto di muschio e si sedette vicino a dove si erano lasciate cadere Tarlea e Nadìa. «Gli dei non hanno ascoltato le nostre preghiere evidentemente…» disse.
Terlea vide Nadìa fulminare il ragazzo con lo sguardo. Questi le rispose con un sorriso ironico. Nadìa si innervosiva ogni volta sentiva criticare Bakuras e Garren non perdeva occasione per stuzzicarla in quel modo.
Bakuras non sentì il commento di Garren, o comunque fece finta di nulla e si spostò al centro del gruppo. Passò rapidamente lo sguardo su tutti poi disse: «Come al solito, Felthri tu e io faremo il primo turno di guardia. Garren e Brychan ci daranno il cambio. Le sorelle» e indicò Tarela e Nadìa, «faranno il turno solo se qualcuno non riuscirà a stare sveglio.»
Terlea pensò che era una fortuna che Bakuras avesse impostato quei turni fin dalla prima notte. Sia Garren che Brychan erano troppo orgogliosi per non finire il turno e ne Nadìa ne tantomeno Terlea erano mai state svegliate, godendo di un maggior numero di ore di riposo. Memolch, essendo la retroguardia del gruppo, doveva avere i sensi ben allerta e Bakuras aveva deciso si sollevarlo dai turni di guardia perché riposasse più a lungo. Ovviamente Garren aveva avuto da ridire, sostenendo che proprio i sensi acuti di Memolch avrebbero fatto la differenza se fossero stati raggiunti di notte. L’ennesimo battibecco tra i due adulti del gruppo si era risolto ancora a favore di Bakuras che si era imposto sfruttando la propria anzianità.
Terlea lo stimava profondamente per il suo carattere deciso e forte. Se, dopo tre giorni di fuga, erano arrivati fin lì senza essere raggiunti, era merito suo. Inoltre il suo corpo era ormai quello di un uomo: il viso indurito da un velo di barba, i capelli nerissimi e ondulati lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi, le braccia muscolose e abbronzate con mani forti che portavano la lancia con la naturalezza di un vero cacciatore. Era piacevole da guardare. Un piacere che Tarlea non si era mai accorta di provare guardando gli uomini o i ragazzi del villaggio. Di certo, se un clan fosse ancora esistito, Bakuras sarebbe stato un uomo ambito da molte femmine appena entrato a pieno titolo nella cerchia dei cacciatori. Notò che anche Nadìa stava fissando Bakuras e provò a immaginare quali fossero i suoi pensieri e i suoi desideri.
Nadìa non aveva mai nascosto a nessuno di essere attratta da Bakuras. I loro genitori erano anche stati ben felici di una loro possibile unione poiché il ragazzo prometteva di divenire uno dei migliori cacciatori e guerrieri del clan mentre lei, robusta e forte, sarebbe stata di certo una prolifica madre. Si era perfino già stabilito il giorno in cui le famiglie avrebbero dato notizia della loro futura unione al resto del clan. Purtroppo quel giorno non era arrivato. Erano arrivati prima i dnor-ol-kon.
Tarlea passò lo sguardo dal volto della sorella a quello di Brychan, poco distante ma quasi invisibile nell’oscurità. Entrambe anelavano le attenzioni di Bakuras come il fuoco anela il legno per non estinguersi. Il giovane capo non sembrava dare peso alla cosa, preferendo concentrare le energie sulla fuga e la salvezza dei pochi superstiti, ma più di una volta lo aveva visto lanciare occhiate furtive e vaghi sorrisi a Nadìa.
Erano rimasti in pochi, pensò Terlea. Cinque maschi e quattro femmine. Davvero solo loro avrebbero potuto impedire la totale estinzione del clan fondato dal grande cacciatore Golkar? E se davvero doveva essere così, chi tra quei maschi avrebbe generato i suoi figli?
Il filo dei pensieri di Terlea fu spezzato dalla ferrea voce di Bakuras.
«Venite qui» disse mettendosi in ginocchio. Iniziò a spazzare l’area di terreno di fronte a lui, liberandolo da sassi, foglie, e sterpaglie. Mentre tutti si avvicinavano e si sedevano attorno a lui, Bakuras distese il panno di lino che teneva avvolto attorno alla lancia.
Senza che dovesse chiederlo, tutti presero le proprie sacche e vuotarono il contenuto sul panno. Oltre ai tuberi e la mela mezza morsa delle sorelle, le scorte di cibo dei figli di golkar consistevano in quattro tozzi di pane, sei strisce di carne secca e salata, tre mele integre, una crosta di formaggio e una discreta quantità di noci.
«Non è molto, ma per stasera basterà» disse Bakuras, «domani mangeremo meglio.»
I figli di Golkar si divisero il desco il più equamente possibile nel silenzio quasi totale. Erano tutti molto stanchi, anche chi, stoicamente, tentava di non darlo a vedere.
Nimoee, nonostante le richieste di Bakuras e del fratello, mangiò pochissimo, solo tre o quattro noci. Aveva l’aria sfinita e prima che gli altri avessero finito di mangiare, si era già distesa e assopita. Felthri l’aveva subito coperta con il mantello di lana scura trovato nel capanno da caccia il primo giorno di fuga, la stessa casa dove avevano trovato la maggior parte delle scorte di cibo e la lancia portata ora da Garren. L’unica altra arma era la lancia di Bakuras, recente dono di suo padre che il giovane capo portava con fierezza.
I Golkar-da si erano chiesti chi fosse il proprietario della capanna e dove potesse essere, ma non avevano voluto ne potuto aspettarne il ritorno temendo l’inseguimento dei dnor-ol-kon. Bakuras aveva lasciato però un messaggio inequivocabile: con un pezzo di pietra affilata aveva inciso tre linee collegate, molto simili a un fulmine, su uno dei tronchi della porta d’ingresso.
Bakuras mangiò poco. Lanciava sguardi indagatori tutt’attorno, come se i loro inseguitori potessero piombare loro addosso prendendo forma dall’oscurità stessa. Inoltre continuava a sussurrare: «Dove è finito Memolch?»
La smise solo quando Memolch arrivò, silenzioso come la notte, e si sedette con loro a mangiare quel che restava, assicurando che gli inseguitori non erano vicini e che dovevano essersi fermati anche loro per la notte.
«Forse hanno desistito» disse Garren, attirandosi gli sguardi speranzosi di molti.
«Ma forse no» aveva risposto Bakuras facendo ripiombare tutti nella bieca e sconfortante realtà. «Il piano non cambia. Andiamo dai fialmann e ci rimettiamo al loro onore. Non potranno rifiutarsi di accoglierci e aiutarci.»
Terlea riuscì a mangiare abbastanza da non sentire più i morsi della fame. Non era certo sazia e avrebbe dato la vita per una scodella di stufato di lepre fatto da sua madre o un po’ di prosciutto e un tozzo di pane fresco e non secco, ma almeno non si sentiva più vuota come un pozzo ormai prosciugato. Alla fine, stanca e affranta come non si era mai sentita, sistemò la sacca sotto la guancia e si rannicchiò pronta a lasciarsi accogliere dal sonno.
Avrebbe dormito fino al mattino se non fosse stata svegliata da qualcuno che le si era avvicinato molto. Troppo.
Terlea fece per alzarsi ma una mano le si posò sulla spalla mentre un soffio leggero vicino l’orecchio le chiedeva di non far rumore. La figura indistinta dall’oscurità si sdraiò dietro di lei e un braccio la avvolse all’altezza del petto. Terlea avrebbe voluto schizzare in piedi come un furetto sorpreso nei pressi del pollaio, ma qualcosa la trattenne dove era, qualcosa di caldo che le stava nascendo dentro lentamente.
«Fa freddo stanotte. In due ci si tiene al caldo» sussurrò piano una voce all’orecchio di Terlea.
In una tempesta di sensazioni nuove e contrastanti, in balia del freddo della notte ma scaldata del calore del corpo di Felthri, angosciata dalla paura di un inseguitore crudele e implacabile ma confortata dalla sensazione di protezione che quell’abbraccio le offriva, intimorita da gesti che non aveva mai assaporato ma decisa ad abbandonarsi ad essi come un uomo che mentre sta per affogare si aggrappa disperato ad un tronco, Terlea si volse piano rispondendo all’abbraccio.
La notte passò più veloce e molto meno fredda.