venerdì 13 aprile 2012

Gli ultimi Figli di Golkar (2)

Avrebbe voluto mettersi a correre. Avrebbe voluto urlare e piangere. Avrebbe voluto fare qualsiasi cosa tranne restarsene lì immobile a guardare.
Inerme, vide sua madre e altre donne correre verso di lei e fuggire dal villaggio in fiamme. Le donne urlavano terrorizzate, coprendo in parte i rumori della battaglia. Alcune stringevano i figli al petto, altre strattonavano le mani di bambini più grandi, trascinandoli verso la boscaglia e la salvezza. Una salvezza che non avrebbero mai raggiunto.
Immobile, vide donne e bambini incendiarsi di lampi verdi e cadere urlando mentre i loro capelli si sollevavano e sfrigolavano come grasso sulle braci. Vide i corpi accasciarsi e non muoversi più mentre alle loro spalle, tra le spire di fumo e fiamma, nere figure uscivano dalla gigantesca vampa che era stato un villaggio. Stringevano corti bastoni con cui scagliavano verdi globi di luce che, colpendo i bersagli, li avvolgevano di lampi crepitanti. E ridevano, urlavano e ululavano, gioiosi di quel massacro, mentre altri lampi saettavano sopra le loro teste ammantandoli di luci multicolori.
“I demoni… i demoni dell’Hel-Burnog!”. La voce veniva dal suo fianco ma non poté voltarsi per scoprire a chi appartenesse poiché lo sguardo rimase sulla figura di sua madre che arrancava, urlandole di fuggire, indicandole la boscaglia, implorandole di salvarsi. Poi anche lei fu colpita da un o di quei crepitanti globi verdi e urlò contorcendosi, sollevando le mani al cielo come per maledire gli dei per tutto quel dolore.
Provò di nuovo a muoversi, voleva mettersi a correre verso la madre per aiutarla ma non ci riusciva. Si rese conto che qualcosa la tratteneva. Una mano sul braccio? O era solo la paura? No! Una cacciatrice non ha mai paura!
Qualcosa la scrollò, una, due, tre volte, come per incitarla a reagire, fuggire a quello scempio, a non farsi afferrare dai lampi dei demoni e…
Terlea riaffiorò alla coscienza di se sentendo sul braccio la mano di qualcuno che la scuoteva. Aprendo gli occhi vide il volto di Nadìa su uno sfondo grigio e fumoso. La luce era tenue e filtrava a fatica tra le fronde, sforzandosi di perforare la densa bruma che si era levata nella notte. L’alba non era ancora giunta ma un tenue bagliore andava diffondendosi indicando che non era lontana.
«Stavi facendo bei sogni?» le chiese Nadìa con voce fin troppo maliziosa.
«Non proprio» rispose Terlea mentre si sollevava a sedere.
Iniziò a guardandosi attorno in cerca di Felthri e vide subito Nimoee tra le spire di bruma, intenta a racimolare le proprie poche cose. Di suo fratello non c’era traccia. Lyrd era seduto nello stesso punto in cui si era addormentato la sera prima. Si guardava attorno incerto, aspettando che Bakuras gli dicesse cosa fare e quando farlo.
«Se è la tua coperta che cerchi, è laggiù» disse  Nadìa indicando un grosso olmo, «È insieme a Bakuras, Brychan e Memolch. Garren ci ha mollati e Bakuras vuole sapere che direzione ha preso.» Lo disse come se avesse annunciato alla sorella che si, quella mattina c’era la nebbia.
«Come ci ha mollati? E dov’è andato?». Terlea si rese conto che nella sua voce traspariva invece fin troppa apprensione.
«Brychan dice che è andato avanti, che vuol fare l’eroe e arrivare al villaggio fialmann prima di tutti per convincerli a mandarci incontro qualcuno… Il solito sbruffone. Ma dimmi, hai dormito bene?». Nadìa fece quella domanda con un mezzo sorriso e socchiudendo gli occhi, assumendo un’espressione fin troppo sorniona.
Terlea sostenne per un attimo lo sguardo della sorella, poi abbassò gli occhi.
«No» disse tornando a guardare la sorella. «Ho sognato la morte di nostra madre.» Il sorriso sul volto di Nadìa si spense all’istante. Fece per parlare ma dalla Bruma emersero le figure di Bakuras, Brychan e Felthri. Bakuras stringeva come sempre la lancia che era stata di suo padre e, quando si fermò, ne pianto l’impugnatura a terra tre volte, radunando il piccolo gruppo di superstiti.
«Garren ci ha lasciati. Le tracce sono dirette a ovest, verso il villaggio fialmann. Lo raggiungeremo là. Non ci saranno altre soste fino al villaggio.» Come sempre la voce di Bakuras non tradiva alcuna emozione. Terlea si chiese come potesse mascherare così bene la furia che doveva di certo provare per la disobbedienza di Garren poi si accorse che Felthri la stava fissando e senti il proprio volto avvampare.
«Avanti!» tuonò Bakuras, «diamoci una mossa.»
Tutti scattarono e raccolsero in fretta i propri averi disponendosi nel solito ordine di marcia. Non essendoci più Garren sarebbe stata Brychan ad aprire la fila. Memolch fece per allontanarsi nella direzione opposta che avrebbe preso il resto del gruppo ma Bakuras lo fermò: «Dovremmo arrivare al villaggio abbastanza in fretta. A questo punto non serve che tu rimani indietro. Se non ci hanno ancora raggiunti, non credo lo faranno ora. Resta davanti con Brychan e… occhi aperti.»
Memolch si limitò ad annuire e prese posizione. Poi partirono.
Fu una marcia assai breve. Raggiunsero in fretta un largo e rapido torrente. Il sole era sorto e la bruma si era lentamente dispersa scomparendo del tutto. Alla sponda frastagliata di massi, i superstiti figli di Galkur si fermarono raggruppandosi.
Bakuras e Brychan si guardarono attorno incerti. Evidentemente non era loro ben chiaro quale direzione prendere.
«E se siamo andati oltre il villaggio?» chiese Felthri senza rivolgersi a nessuno in particolare.
«No. Narald, il fratello di mio padre, veniva spesso dai fialmann per scambiare pelli e formaggio. Una volta mi disse che il villaggio sorge proprio vicino a un grosso torrente che scorre a tre giorni di cammino dal nostro. Non può che essere questo. Si tratta solo di capire se risalire la corrente o scenderla. Se solo avessimo un punto di riferimento…» disse Bakuras.
«I sentieri di caccia» disse Memolch. Tutti si voltarono a guardarlo. «I fialmann sono principalmente cacciatori, giusto? La boscaglia deve essere battuta spesso, no? Lasciate che trovi uno dei sentieri e da li non sarà difficile trovare tracce che portano al villaggio. Voi rimanete qui e state allerta. Non ci metterò molto» e senza nemmeno aspettare l’approvazione di Bakuras, si lanciò tra gli alberi scomparendo alla vista. Il giovane capo potè solo sollevare una mano nella direzione in cui Memolch era scomparso, ma la lasciò ricadere subito, atterrito.
«La tua autorità sta venendo meno o sbaglio?» lo punzecchiò Brychan. Bakuras si limitò a fulminarla con lo sguardo ma fu Nadìa a rispondere al suo posto prendendone le difese.
«Se le cose non ti stanno bene come sono, perché non te ne sei andata con Garren? O forse anche lui non se l’è sentita di ascoltare in continuazione le tue lamentele…»
«Sta zitta! Tu non sai un bel niente! Garren mi ha impedito di seguirlo per restare a badare a voi ragazzine. E ti ricordo che io mi ero offerta di andare avanti ma Bakuras me lo ha impedito!»
«Ti sei offerta a parole. Che tu poi lo avresti fatto… è tutt’altra cosa. Forse volevi solo metterti in mostra, cioè fare quello che fai semp…»
Nadìa non potè finire la frase. Come una furia Brychan le fu addosso e, essendo più alta e di costituzione molto più robusta, investì Nadìa con la violenza di una valanga, scagliandola a terra. Prima che quest’ultima potesse riprendersi, iniziò a schiaffeggiarla con violenza.
«Per tutti i delvron dell’Hel-Burnog ti insegno io a portare rispetto a chi è più anziano di te, stupida ragazzina» le urlò mentre Nedìa, intontita non sembrava potersi opporre alla furia di Brychan.
Terlea, vedendo la sorella in difficoltà avanzò per aiutarla ma Brychan se ne accorse e con un violento spintone la respinse facendola cadere all’indietro. Finì con il sedere su un cumulo di sassi frastagliati e un dolore lancinante le attraversò il corpo togliendole il fiato. La rabbia la invase e la aiutò a ignorare in parte il dolore mentre tentava di rimettersi in piedi. Due mani la afferrarono per i fianchi issandola di peso. «Tutto bene?» chiese la voce di Felthri alle sue spalle. Terlea non si volse a guardarlo ne rispose. Teneva lo sguardo su Brychan e avrebbe voluto saltare su di lei per ricambiarla del dolore che sentiva ma le mani di Felthri, chiuse come le fauci di un mastino, le impedivano di muoversi. «Lascia che sia Bakuras a occuparsene» disse il ragazzo.
Nadià strillava mentre cercava di ripararsi dai colpi della rivale che, dotata di maggior forza, non aveva problemi a sovrastarla. Poi Bakuras avvolse un braccio attorno alla vita di Brychan sollevandola come un fuscello, scalciante e imbestialita.
«Basta!» tuonò Bakuras. «Volete che i dnor-ol-kon ci sentano? Per gli spiriti dei vostri antenati vi ordino subito di…».
Un urlo si levò improvviso, tanto acuto e pungente che Terlea pensò che se fosse continuato le avrebbe trapassato il cranio uccidendola. Portandosi le mani alle orecchie si volse verso l’origine di quel grido e ciò che vide la riempi di orrore.
Nimoee era in piedi, diritta come un fuscello e protendeva le braccia in avanti come a voler indicare tutti loro. I suoi piedi sembravano non toccare il terreno, come se una forza sovrannaturale la sostenesse, scompigliandole anche i capelli che fluttuavano vivi e guizzanti come serpi attorno alla sua testa. Ma la cosa più terribile erano gli occhi. O meglio, l’occhio. Il sinistro brillava di una luce bianca e accecante tanto che Terlea faticava a scorgere i lineamenti del viso di Nimoee oltre il bagliore e fu costretta a distogliere lo sguardo dal volto, tenendolo solo al limite del campo visivo.
Poi Brychan urlò e iniziò a contorcersi tra le braccia di Bakuras. Un grido di dolore tanto atroce che Terlea aveva udito emesso solo dai maiali in procinto di essere sgozzati.
Brychan si dimenò e scalciò con tale impeto da riuscire a liberarsi dalla presa di Bakuras che, sbilanciato, perse l’equilibrio finendo a terra. Lesto si contorse ruotando su se stesso per tornare in posizione eretta con l’agilità e rapidità di un felino. Brychan, con gli occhi spalancati e pieni di orrore, si era però gettata a terra scalciando e dimenandosi come posseduta da uno spirito gunloargé. Era chiaramente vittima di un forte dolore e più si dimenava sul terreno roccioso, più si procurava ferite ed escoriazioni.
«Basta Nimoee! Smettila!» urlò Felthri frapponendosi in fretta tra la sorella e Brychan. «Cosa stai facendo? Per favore smettila!». Felthri Urlava per farsi sentire sopra lo straziante e acuto grido di Nimoee e nella sua voce c’era paura e disperazione. Teneva il braccio destro sulla fronte, per schermarsi da quel bagliore che, se guardato direttamente, era accecante. Terlea, che pure fissava la scena schermandosi gli occhi con la mano, si chiese se Felthri avesse già visto Nimoee fare una cosa simile.
Nonostante le difficoltà cui era sottoposto, Felthri tentava di avanzare verso la sorella. A Telrea sembrava però facesse molta fatica, come se si stesse muovendo nell’acqua o fosse respinto da un’invisibile forza avversa.
«Ti prego…» urlò Felthri fermandosi a meno di tre passi da Nimoee e all’apparenza incapace di avanzare oltre. «Non farlo. Non…». Disse ancora qualcosa ma le parole arrivarono indistinte e incomprensibili alle orecchie di Terlea.
Improvvisamente l’urlo cessò e Nimoee si accasciò, svuotata di ogni energia, come un sacco vuoto lasciato cadere improvvisamente a terra. Felthri fu rapido ad afferrarla e, sedendosi, la tenne tra le braccia come una madre terrebbe un figlio malato.
Al cessare del terrificante urlo, Brychan smise lentamente di lamentarsi e dimenarsi, rimanendo infine immobile e, all’apparenza, priva di coscienza. Le parti del corpo non protette da abiti erano coperte di graffi e segni che si era procurata dibattendosi sul terreno sconnesso e presto sarebbero diventati lividi bluastri.
Un silenzio attonito regnò per diversi attimi tra i figli di golkar e Terlea vide Llyrd, con le mani ancora premute sulla bocca come volesse tenere dentro un urlo di terrore, fissare Flethri e Nimoee. Lentamente tutti si volsero a Bakuras che, immobile, guardava invece il corpo esanime di Brychan.
Nadìa, che era rimasta dove Brychan l’aveva getta a terra per tutta la durata di quella sorprendente manifestazione dei poteri di Nimoee, si alzò pulendosi con il dorso della mano il rivolo di sangue che le colava dal labro.
Si avvicinò a Bakuras allungando una mano per toccargli il braccio. «Mi dispiace» riuscì a sussurrare prima che lui le allontanasse in malo modo la mano dicendo solo, con tono furibondo: «Non mi toccare» poi si chinò su Brychan per verificare il suo stato di salute.
Terlea vide le lacrime brillare negli occhi di sua sorella prima che questa si voltasse allontanandosi verso il torrente. Avrebbe voluto seguirla ma decise di andare a vedere prima come stessero Felthri e Nimoee. Avvicinandosi cauta si accorse che la ragazza era cosciente e che ansimava come dopo una corsa a perdifiato. L’occhio sinistro era spalancato ma aveva ripreso il suo normale, se così si poteva definire, colore lattiginoso. Il destro era pure aperto ma sembrava vacuo, fisso sul cielo semicoperto dalle fronde.
«Come sta?» chiese Terlea.
«Non lo so. Non mi risponde. Quel grido… Quella luce… Cosa erano? Cosa è successo a mia sorella?» domandò Feltrhi ma Terlea dubitava quelle domande fossero rivolte a lei. Di certo non ne conosceva le risposte. Ne dedusse però che anche per Felthri doveva trattarsi si una cosa nuova.
Notò che lentamente Nimoee si stava riprendendo e che l’occhio destro riacquistava lucidità. Quando a Terlea parve di nuovo totalmente presente, la ragazza che aveva terrorizzato tutti i presenti fissò il fratello come se lo vedesse per la prima volta. Poi scoppiò in lacrime abbracciandolo.
Voltandosi Terlea vide che anche Brychan si stava riavendo. Bakuras l’aveva sollevata a sedere e le stava controllando le escoriazioni su braccia e viso. Brychan sembrava stranita e fissava Flethri e la singhiozzante Nimoee con gli occhi pieni di orrore e le sue mani tremavano vistosamente.
Terlea cercò Nadìa e la vide sul bordo del torrente. Dcise di raggiungerla. Trovò la sorella in ginocchio impegnata a pulirsi il viso con l’acqua.
«Come stai?» chiese più preoccupata dall’espressione ferita che aveva visto sul volto della sorella per il gesto duro di Bakuras che non per le ferite infertale da Brychan.
«Lasciami in pace» rispose brusca Nadìa. «Cosa vuoi? Vuoi vedere come mi ha ridotta?» le disse voltandosi e mostrando il volto su cui si andavano allargando diversi lividi bluastri. Il labro superiore, verso sinistra, si andava gonfiando e sanguinava leggermente. Terlea si chinò e dalla borsa che portava a tracolla recuperò una striscia di lino grezzo e tinto di rosso che usava a volte per raccogliere i capelli. Lo immerse nell’acqua limpida del torrente e lo avvicinò al labro spaccato di Nadìa che all’inizio si ritrasse poi, rassegnata, si lasciò medicare.
«Non avresti dovuto provocare Brychan. Lo sai come è fatta. Inoltre credo non aspettasse che l’occasione di farti capire che è lei la più forte tra noi femmine…»
«Io volevo solo…» iniziò Nadìa ma si fermò come se avesse timore di confessarlo.
«Sostenere Bakuras, certo» finì per lei Terlea. «Ma non mi sembra il momento adatto per mettersi a litigare per l’attenzione di un maschio, non credi? Nemmeno se si tratta del capo…»
Nadìa si limitò a fissare la sorella con sguardo incupito.
«Ti fa male qui?» le chiese Terlea toccando delicatamente lo zigomo sinistro di Nadìa. Questa si ritrasse con un gemito.
«Sta diventando del colore delle bacche di mirtillo quasi mature… Abbiamo già troppi problemi, non credi? Mettersi a litigare tra noi non ci aiuterà di certo. Siamo rimasti solo in nove. Il villaggio distrutto e i nostri genitori e il tutti gli altri membri del clan morti...»
«E tu allora? Hai addirittura giaciuto con Flethri stanotte!» protestò Nadìa.
«È venuto lui non l’ho certo chiamato io» si giustificò Terlea.
Un leggero sorriso apparve sul volto di Nadìa. «Forse sono solo invidiosa…» disse abbassando lo sguardo. «Io ancora non so cosa si prova a stare così tra le braccia di un… uomo.»
A Terlea non sfuggi l’esitazione della sorella nel definire Felthri un uomo e in effetti egli non aveva ancora avuto modo di dare prova di potersi fregiare del titolo di un-kun. La prova lo avrebbe atteso solo alla festa di mezza estate dell’anno successivo. Ma, riflette Terlea, se così non fosse stato, se Flethri non fosse stato più un un-kab, un giovane, ora non sarebbe stato lì con loro ma morto, come tutti gli altri uomini del clan uccisi dai dnor-ol-kon.
«Vedrai che Bakuras ti perdonerà per quello che è successo. Lo vedo come ti guarda e come tu guardi lui. Ma credo che ora l’importante sia trovare un posto sicuro, un luogo che ci permetta di sopravvivere. Solo allora forse potremo pensare a colui che un domani imbriglierà i nostri cuori… » disse Terlea.
Nadìa annui e, sorridendo, chiese: «Da dove ti arriva tanta saggezza?»
Terela rise a quelle parole. «Dalla mamma forse» rispose. «Era sempre pronta a dare consigli a tutti, ricordi?»
«Già. E di lei cosa pensi?» disse Nadìa indicando verso Nimoee con un lieve movimento del capo, come avesse paura di attirarne l’attenzione. «Hai sentito quel suono? Credevo mi sarebbe scoppiata la testa.»
«Non so. Albruth era l’unico a tenere in qualche modo a Nimoee. Lui e Felthri. E il vecchio druido era convinto che Nimoee fosse speciale. Ricordi come la difendeva dalle accuse di essere una portatrice di sventure?»
Nadìa annui ma prima che potesse aggiungere qualcosa la voce di Brychan attirò l’attenzione delle sorelle.
Rimessasi in piedi, Brychan stava inveendo proprio contro Nadìa.
«No! Non mi importa se è una del clan. È una Lamia, è una figlia di daevra! Devi ucciderla Bakuras! Non puoi lasciarla vivere! Hai visto cosa ha fatto? Hai visto?» Mentre urlava mostrava a Bakuras le mani insanguinate, i lividi, i graffi.
Bakuras tentava di calmare la rabbia della ragazza ma con scarsi successi. Poteva solo frapporsi e impedire a Brychan di tentare di aggredire Nimoee. Per la verità a Terlea non pareva che Brychan avesse questa gran voglia di affrontarla apertamente come aveva fatto con Nadìa.
Nimoee teneva il volto premuto contro il petto di Felthri. Aveva smesso di piangere. O almeno così a Terlea sembrava. Felthri la teneva ancora tra le braccia mentre fissava Brychan iroso. Lyrd era arretrato fino poggiare le spalle contro un enorme roccia e si copriva il volto con le mani singhiozzando terrorizzato.
«Per la dea, basta!» tuonò Bakuras all’improvviso sollevando le braccia. Tutti si volsero a guardarlo zittendosi.
«Ma cosa vi prende a tutti? Avete dimenticato perché siamo qui? Cosa ci è successo? Cosa è successo al nostro clan, alle nostre famiglie, a… tutto quello che avevamo?». Il volto di Bakuras era livido. Mentre parlava si girava in continuazione per guardarli tutti in faccia. «Siamo gli ultimi golkar-da. Se non restiamo uniti… cosa resterà del nostro clan?» quelle ultime parole uscirono flebili e Terlea, più che udirle, le interpretò dal vago sussurro che le giunse. Bakuras si lasciò cadere seduto, raccolse la lancia, se la mise sulle ginocchia e rimase immobile a fissarne l’impugnatura ricca di iscrizioni che suo padre aveva intagliato, a ricordo delle proprie gesta, alla fine di ogni grande battuta di caccia.
Brychan rimase a guardare Bakuras per un istante con aria sdegnata poi si voltò di scatto e si allontanò verso il torrente per lavarsi le ferite badando a tenere una certa distanza da Terlea e Nadìa.
«Va a parlare con lui» ordinò Terlea alla sorella senza distogliere lo sguardo da Bakuras.
«Io? E cosa dovrei dirgli? Io non…» iniziò a protestare Nadìa ma Terlea la fermò afferrando alla sorella una delle mani che questa agitava a mezz’aria.
«Ha bisogno di essere rassicurato. Che qualcuno gli dica che sta facendo bene. Se perdiamo anche lui, chi ci guiderà?»
Nadìa osservò per un po’ Bakuras in silenzio. Terlea vide molte cose sul viso di sua sorella: dubbio, paura, sconforto, incertezza, pena. Mise una mano sulla schiena della sorella e la spinse verso il centro di tutti quelle contrastanti emozioni.
Quando Nadìa fu in ginocchio di fianco a Bakuras, Terlea si avvicinò di nuovo a Felthri e Nimoee.
Si accovacciò ma rimase in silenzio, preferendo aspettare che fosse uno di loro due a parlare con lei per primo. Felthri la guardò per un istante, nei suoi occhi c’era un immensità di gratitudine per il solo fatto che Terlea si fosse avvicinata. Ma c’era anche molta paura anche se non seppe dire per chi o cosa, se per il giudizio degli altri nei confronti di Nimoee o se verso la sorella stessa.
Felthri sussurrò qualcosa all’orecchio di Nimoee e questa, in tutta risposta, affondò ancora di più il volto nella casacca di lui.
Fu Felthri a rompere il silenzio tra loro.
«Mi dispiace» disse solo.
«E di cosa? Tu non hai fatto niente». Quando vide che lo sguardo di Fenthri si indurì si affrettò ad aggiungere: «E nemmeno Nimoee. La sua è stata una reazione comprensibile. Uhmmm… fuori dal comune certo, ma vedere Nadìa e Brychan litigare deve averla spaventata più di quello che già non era… » e allungò una mano posandola sulla spalla di Nimoee.
Questa da prima fece per ritrarsi poi sollevò il volto e si girò a guardarla. Terlea non potè non concentrare lo sguardo su quell’occhio lattiginoso. Il suo colore era quello di Tylika nelle notti limpide in cui rifulgeva in tutto il suo pieno splendore.
«Va tutto bene, Nimoee» disse Terlea. «Brychan sta bene. È solo… spaventata. Beh, tutti noi lo siamo. Ma nessuno si è fatto davvero male e…»
«Tu non sai niente!» sibilò la ragazza stringendo gli occhi e assumendo un’espressione di sfida. «Voi tutti non sapete niente. Mi chiamate Lamia, strega e gangrlea. Mi odiate. Ma sai cosa ti dico? Fate bene. Perché io avrei potuto ucciderla. Avrei potuto uccidervi tutti!» La sua voce era talmente affilata e carica d’odio che a Terlea non sembrò nemmeno quella di Nimoee.
«Smettila Nimoee, ti prego. Non dire così. Nessuno ti odia. E nessuno ti farà del male. Ci sono io proteggerti. Te lo prometto» disse Felthri. La sua di voce era invece pregna di sconforto. Perfino a Terlea parve chiaro che non credeva molto nemmeno lui a quanto stava affermando.
«Tu?» sibilò Nimoee. «E come? Abbraccerai anche me durante le fredde notti a venire? Forse se ti spuntassero altre due braccia…»
Il sarcasmo di Nimoee fu interrotto dal ritorno di Memloch. Quando parlò tutti si alzarono e volsero a lui. Sorrideva.
«Ho trovato un sentiero e delle tracce. Siamo scesi troppo a valle. Dobbiamo risalire il torrente ma ho trovato un albero con incisi i simboli che delimitano il territorio dei fialmann. Il villaggio non è lontano.»
Poi si guardò un po’ attorno scrutando i volti dei compagni e, incerto, aggiunse: «È successo qualcosa mentre non c’ero?»

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