Avrebbe
voluto mettersi a correre. Avrebbe voluto urlare e piangere. Avrebbe voluto
fare qualsiasi cosa tranne restarsene lì immobile a guardare.
Inerme,
vide sua madre e altre donne correre verso di lei e fuggire dal villaggio in
fiamme. Le donne urlavano terrorizzate, coprendo in parte i rumori della
battaglia. Alcune stringevano i figli al petto, altre strattonavano le mani di
bambini più grandi, trascinandoli verso la boscaglia e la salvezza. Una
salvezza che non avrebbero mai raggiunto.
Immobile,
vide donne e bambini incendiarsi di lampi verdi e cadere urlando mentre i loro
capelli si sollevavano e sfrigolavano come grasso sulle braci. Vide i corpi
accasciarsi e non muoversi più mentre alle loro spalle, tra le spire di fumo e
fiamma, nere figure uscivano dalla gigantesca vampa che era stato un villaggio.
Stringevano corti bastoni con cui scagliavano verdi globi di luce che, colpendo
i bersagli, li avvolgevano di lampi crepitanti. E ridevano, urlavano e ululavano,
gioiosi di quel massacro, mentre altri lampi saettavano sopra le loro teste
ammantandoli di luci multicolori.
“I
demoni… i demoni dell’Hel-Burnog!”.
La voce veniva dal suo fianco ma non poté voltarsi per scoprire a chi
appartenesse poiché lo sguardo rimase sulla figura di sua madre che arrancava,
urlandole di fuggire, indicandole la boscaglia, implorandole di salvarsi. Poi
anche lei fu colpita da un o di quei crepitanti globi verdi e urlò
contorcendosi, sollevando le mani al cielo come per maledire gli dei per tutto
quel dolore.
Provò
di nuovo a muoversi, voleva mettersi a correre verso la madre per aiutarla ma
non ci riusciva. Si rese conto che qualcosa la tratteneva. Una mano sul
braccio? O era solo la paura? No! Una cacciatrice non ha mai paura!
Qualcosa
la scrollò, una, due, tre volte, come per incitarla a reagire, fuggire a quello
scempio, a non farsi afferrare dai lampi dei demoni e…
Terlea
riaffiorò alla coscienza di se sentendo sul braccio la mano di qualcuno che la
scuoteva. Aprendo gli occhi vide il volto di Nadìa su uno sfondo grigio e
fumoso. La luce era tenue e filtrava a fatica tra le fronde, sforzandosi di
perforare la densa bruma che si era levata nella notte. L’alba non era ancora
giunta ma un tenue bagliore andava diffondendosi indicando che non era lontana.
«Stavi
facendo bei sogni?» le chiese Nadìa con voce fin troppo maliziosa.
«Non
proprio» rispose Terlea mentre si sollevava a sedere.
Iniziò
a guardandosi attorno in cerca di Felthri e vide subito Nimoee tra le spire di
bruma, intenta a racimolare le proprie poche cose. Di suo fratello non c’era
traccia. Lyrd era seduto nello stesso punto in cui si era addormentato la sera
prima. Si guardava attorno incerto, aspettando che Bakuras gli dicesse cosa
fare e quando farlo.
«Se
è la tua coperta che cerchi, è laggiù»
disse Nadìa indicando un grosso olmo, «È
insieme a Bakuras, Brychan e Memolch. Garren ci ha mollati e Bakuras vuole
sapere che direzione ha preso.» Lo disse come se avesse annunciato alla sorella
che si, quella mattina c’era la nebbia.
«Come
ci ha mollati? E dov’è andato?». Terlea si rese conto che nella sua voce
traspariva invece fin troppa apprensione.
«Brychan
dice che è andato avanti, che vuol fare l’eroe e arrivare al villaggio fialmann
prima di tutti per convincerli a mandarci incontro qualcuno… Il solito
sbruffone. Ma dimmi, hai dormito bene?». Nadìa fece quella domanda con un mezzo
sorriso e socchiudendo gli occhi, assumendo un’espressione fin troppo sorniona.
Terlea
sostenne per un attimo lo sguardo della sorella, poi abbassò gli occhi.
«No»
disse tornando a guardare la sorella. «Ho sognato la morte di nostra madre.» Il
sorriso sul volto di Nadìa si spense all’istante. Fece per parlare ma dalla
Bruma emersero le figure di Bakuras, Brychan e Felthri. Bakuras stringeva come
sempre la lancia che era stata di suo padre e, quando si fermò, ne pianto
l’impugnatura a terra tre volte, radunando il piccolo gruppo di superstiti.
«Garren ci ha lasciati. Le tracce sono dirette a ovest, verso
il villaggio fialmann. Lo raggiungeremo là. Non ci saranno altre soste fino al
villaggio.» Come sempre la voce di Bakuras non tradiva alcuna emozione. Terlea
si chiese come potesse mascherare così bene la furia che doveva di certo
provare per la disobbedienza di Garren poi si accorse che Felthri la stava
fissando e senti il proprio volto avvampare.
«Avanti!» tuonò Bakuras, «diamoci una mossa.»
Tutti scattarono e raccolsero in fretta i propri averi
disponendosi nel solito ordine di marcia. Non essendoci più Garren sarebbe
stata Brychan ad aprire la fila. Memolch fece per allontanarsi nella direzione
opposta che avrebbe preso il resto del gruppo ma Bakuras lo fermò: «Dovremmo
arrivare al villaggio abbastanza in fretta. A questo punto non serve che tu
rimani indietro. Se non ci hanno ancora raggiunti, non credo lo faranno ora.
Resta davanti con Brychan e… occhi aperti.»
Memolch si limitò ad annuire e prese posizione. Poi
partirono.
Fu una marcia assai breve. Raggiunsero in fretta un largo e
rapido torrente. Il sole era sorto e la bruma si era lentamente dispersa scomparendo
del tutto. Alla sponda frastagliata di massi, i superstiti figli di Galkur si fermarono
raggruppandosi.
Bakuras e Brychan si guardarono attorno incerti. Evidentemente
non era loro ben chiaro quale direzione prendere.
«E se siamo andati oltre il villaggio?» chiese Felthri senza
rivolgersi a nessuno in particolare.
«No. Narald, il fratello di mio padre, veniva spesso dai
fialmann per scambiare pelli e formaggio. Una volta mi disse che il villaggio
sorge proprio vicino a un grosso torrente che scorre a tre giorni di cammino
dal nostro. Non può che essere questo. Si tratta solo di capire se risalire la
corrente o scenderla. Se solo avessimo un punto di riferimento…» disse Bakuras.
«I sentieri di caccia» disse Memolch. Tutti si voltarono a
guardarlo. «I fialmann sono principalmente cacciatori, giusto? La boscaglia
deve essere battuta spesso, no? Lasciate che trovi uno dei sentieri e da li non
sarà difficile trovare tracce che portano al villaggio. Voi rimanete qui e state
allerta. Non ci metterò molto» e senza nemmeno aspettare l’approvazione di
Bakuras, si lanciò tra gli alberi scomparendo alla vista. Il giovane capo potè
solo sollevare una mano nella direzione in cui Memolch era scomparso, ma la
lasciò ricadere subito, atterrito.
«La tua autorità sta venendo meno o sbaglio?» lo punzecchiò
Brychan. Bakuras si limitò a fulminarla con lo sguardo ma fu Nadìa a rispondere
al suo posto prendendone le difese.
«Se le cose non ti stanno bene come sono, perché non te ne
sei andata con Garren? O forse anche lui non se l’è sentita di ascoltare in
continuazione le tue lamentele…»
«Sta zitta! Tu non sai un bel niente! Garren mi ha impedito
di seguirlo per restare a badare a voi ragazzine. E ti ricordo che io mi ero
offerta di andare avanti ma Bakuras me lo ha impedito!»
«Ti sei offerta a parole. Che tu poi lo avresti fatto… è
tutt’altra cosa. Forse volevi solo metterti in mostra, cioè fare quello che fai
semp…»
Nadìa non potè finire la frase. Come una furia Brychan le fu
addosso e, essendo più alta e di costituzione molto più robusta, investì Nadìa
con la violenza di una valanga, scagliandola a terra. Prima che quest’ultima
potesse riprendersi, iniziò a schiaffeggiarla con violenza.
«Per tutti i delvron
dell’Hel-Burnog ti insegno io a portare rispetto a chi è più anziano di te,
stupida ragazzina» le urlò mentre Nedìa, intontita non sembrava potersi opporre
alla furia di Brychan.
Terlea, vedendo la
sorella in difficoltà avanzò per aiutarla ma Brychan se ne accorse e con un
violento spintone la respinse facendola cadere all’indietro. Finì con il sedere
su un cumulo di sassi frastagliati e un dolore lancinante le attraversò il
corpo togliendole il fiato. La rabbia la invase e la aiutò a ignorare in parte
il dolore mentre tentava di rimettersi in piedi. Due mani la afferrarono per i
fianchi issandola di peso. «Tutto bene?» chiese la voce di Felthri alle sue
spalle. Terlea non si volse a guardarlo ne rispose. Teneva lo sguardo su
Brychan e avrebbe voluto saltare su di lei per ricambiarla del dolore che
sentiva ma le mani di Felthri, chiuse come le fauci di un mastino, le
impedivano di muoversi. «Lascia che sia Bakuras a occuparsene» disse il
ragazzo.
Nadià strillava
mentre cercava di ripararsi dai colpi della rivale che, dotata di maggior
forza, non aveva problemi a sovrastarla. Poi Bakuras avvolse un braccio attorno
alla vita di Brychan sollevandola come un fuscello, scalciante e imbestialita.
«Basta!» tuonò
Bakuras. «Volete che i dnor-ol-kon ci sentano? Per gli spiriti dei
vostri antenati vi ordino subito di…».
Un urlo si levò improvviso, tanto acuto e pungente che
Terlea pensò che se fosse continuato le avrebbe trapassato il cranio
uccidendola. Portandosi le mani alle orecchie si volse verso l’origine di quel
grido e ciò che vide la riempi di orrore.
Nimoee era in piedi, diritta come un fuscello e protendeva
le braccia in avanti come a voler indicare tutti loro. I suoi piedi sembravano
non toccare il terreno, come se una forza sovrannaturale la sostenesse,
scompigliandole anche i capelli che fluttuavano vivi e guizzanti come serpi attorno
alla sua testa. Ma la cosa più terribile erano gli occhi. O meglio, l’occhio. Il
sinistro brillava di una luce bianca e accecante tanto che Terlea faticava a
scorgere i lineamenti del viso di Nimoee oltre il bagliore e fu costretta a
distogliere lo sguardo dal volto, tenendolo solo al limite del campo visivo.
Poi Brychan urlò e iniziò a contorcersi tra le braccia di
Bakuras. Un grido di dolore tanto atroce che Terlea aveva udito emesso solo dai
maiali in procinto di essere sgozzati.
Brychan si dimenò e scalciò con tale impeto da riuscire a
liberarsi dalla presa di Bakuras che, sbilanciato, perse l’equilibrio finendo a
terra. Lesto si contorse ruotando su se stesso per tornare in posizione eretta
con l’agilità e rapidità di un felino. Brychan, con gli occhi spalancati e
pieni di orrore, si era però gettata a terra scalciando e dimenandosi come
posseduta da uno spirito gunloargé. Era chiaramente vittima di un forte dolore
e più si dimenava sul terreno roccioso, più si procurava ferite ed
escoriazioni.
«Basta Nimoee! Smettila!» urlò Felthri frapponendosi in
fretta tra la sorella e Brychan. «Cosa stai facendo? Per favore smettila!».
Felthri Urlava per farsi sentire sopra lo straziante e acuto grido di Nimoee e
nella sua voce c’era paura e disperazione. Teneva il braccio destro sulla
fronte, per schermarsi da quel bagliore che, se guardato direttamente, era
accecante. Terlea, che pure fissava la scena schermandosi gli occhi con la
mano, si chiese se Felthri avesse già visto Nimoee fare una cosa simile.
Nonostante le difficoltà cui era sottoposto, Felthri tentava
di avanzare verso la sorella. A Telrea sembrava però facesse molta fatica, come
se si stesse muovendo nell’acqua o fosse respinto da un’invisibile forza
avversa.
«Ti prego…» urlò Felthri fermandosi a meno di tre passi da
Nimoee e all’apparenza incapace di avanzare oltre. «Non farlo. Non…». Disse
ancora qualcosa ma le parole arrivarono indistinte e incomprensibili alle
orecchie di Terlea.
Improvvisamente l’urlo cessò e Nimoee si accasciò, svuotata
di ogni energia, come un sacco vuoto lasciato cadere improvvisamente a terra.
Felthri fu rapido ad afferrarla e, sedendosi, la tenne tra le braccia come una
madre terrebbe un figlio malato.
Al cessare del terrificante urlo, Brychan smise lentamente di
lamentarsi e dimenarsi, rimanendo infine immobile e, all’apparenza, priva di
coscienza. Le parti del corpo non protette da abiti erano coperte di graffi e
segni che si era procurata dibattendosi sul terreno sconnesso e presto
sarebbero diventati lividi bluastri.
Un silenzio attonito regnò per diversi attimi tra i figli di
golkar e Terlea vide Llyrd, con le mani ancora premute sulla bocca come volesse
tenere dentro un urlo di terrore, fissare Flethri e Nimoee. Lentamente tutti si
volsero a Bakuras che, immobile, guardava invece il corpo esanime di Brychan.
Nadìa, che era rimasta dove Brychan l’aveva getta a terra per
tutta la durata di quella sorprendente manifestazione dei poteri di Nimoee, si
alzò pulendosi con il dorso della mano il rivolo di sangue che le colava dal
labro.
Si avvicinò a Bakuras allungando una mano per toccargli il
braccio. «Mi dispiace» riuscì a sussurrare prima che lui le allontanasse in malo
modo la mano dicendo solo, con tono furibondo: «Non mi toccare» poi si chinò su
Brychan per verificare il suo stato di salute.
Terlea vide le lacrime brillare negli occhi di sua sorella
prima che questa si voltasse allontanandosi verso il torrente. Avrebbe voluto
seguirla ma decise di andare a vedere prima come stessero Felthri e Nimoee.
Avvicinandosi cauta si accorse che la ragazza era cosciente e che ansimava come
dopo una corsa a perdifiato. L’occhio sinistro era spalancato ma aveva ripreso
il suo normale, se così si poteva definire, colore lattiginoso. Il destro era
pure aperto ma sembrava vacuo, fisso sul cielo semicoperto dalle fronde.
«Come sta?» chiese Terlea.
«Non lo so. Non mi risponde. Quel grido… Quella luce… Cosa
erano? Cosa è successo a mia sorella?» domandò Feltrhi ma Terlea dubitava quelle
domande fossero rivolte a lei. Di certo non ne conosceva le risposte. Ne
dedusse però che anche per Felthri doveva trattarsi si una cosa nuova.
Notò che lentamente Nimoee si stava riprendendo e che
l’occhio destro riacquistava lucidità. Quando a Terlea parve di nuovo
totalmente presente, la ragazza che aveva terrorizzato tutti i presenti fissò
il fratello come se lo vedesse per la prima volta. Poi scoppiò in lacrime
abbracciandolo.
Voltandosi Terlea vide che anche Brychan si stava riavendo. Bakuras
l’aveva sollevata a sedere e le stava controllando le escoriazioni su braccia e
viso. Brychan sembrava stranita e fissava Flethri e la singhiozzante Nimoee con
gli occhi pieni di orrore e le sue mani tremavano vistosamente.
Terlea cercò Nadìa e la vide sul bordo del torrente. Dcise
di raggiungerla. Trovò la sorella in ginocchio impegnata a pulirsi il viso con
l’acqua.
«Come stai?» chiese più preoccupata dall’espressione ferita
che aveva visto sul volto della sorella per il gesto duro di Bakuras che non
per le ferite infertale da Brychan.
«Lasciami in pace» rispose brusca Nadìa. «Cosa vuoi? Vuoi
vedere come mi ha ridotta?» le disse voltandosi e mostrando il volto su cui si
andavano allargando diversi lividi bluastri. Il labro superiore, verso
sinistra, si andava gonfiando e sanguinava leggermente. Terlea si chinò e dalla
borsa che portava a tracolla recuperò una striscia di lino grezzo e tinto di
rosso che usava a volte per raccogliere i capelli. Lo immerse nell’acqua
limpida del torrente e lo avvicinò al labro spaccato di Nadìa che all’inizio si
ritrasse poi, rassegnata, si lasciò medicare.
«Non avresti dovuto provocare Brychan. Lo sai come è fatta.
Inoltre credo non aspettasse che l’occasione di farti capire che è lei la più
forte tra noi femmine…»
«Io volevo solo…» iniziò Nadìa ma si fermò come se avesse
timore di confessarlo.
«Sostenere Bakuras, certo» finì per lei Terlea. «Ma non mi
sembra il momento adatto per mettersi a litigare per l’attenzione di un
maschio, non credi? Nemmeno se si tratta del capo…»
Nadìa si limitò a fissare la sorella con sguardo incupito.
«Ti fa male qui?» le chiese Terlea toccando delicatamente lo
zigomo sinistro di Nadìa. Questa si ritrasse con un gemito.
«Sta diventando del colore delle bacche di mirtillo quasi
mature… Abbiamo già troppi problemi, non credi? Mettersi a litigare tra noi non
ci aiuterà di certo. Siamo rimasti solo in nove. Il villaggio distrutto e i
nostri genitori e il tutti gli altri membri del clan morti...»
«E tu allora? Hai addirittura giaciuto con Flethri
stanotte!» protestò Nadìa.
«È venuto lui non l’ho certo chiamato io» si giustificò
Terlea.
Un leggero sorriso apparve sul volto di Nadìa. «Forse sono
solo invidiosa…» disse abbassando lo sguardo. «Io ancora non so cosa si prova a
stare così tra le braccia di un… uomo.»
A Terlea non sfuggi l’esitazione della sorella nel definire
Felthri un uomo e in effetti egli non aveva ancora avuto modo di dare prova di
potersi fregiare del titolo di un-kun. La prova lo avrebbe atteso solo alla
festa di mezza estate dell’anno successivo. Ma, riflette Terlea, se così non
fosse stato, se Flethri non fosse stato più un un-kab, un giovane, ora non
sarebbe stato lì con loro ma morto, come tutti gli altri uomini del clan uccisi
dai dnor-ol-kon.
«Vedrai che Bakuras ti perdonerà per quello che è successo.
Lo vedo come ti guarda e come tu guardi lui. Ma credo che ora l’importante sia
trovare un posto sicuro, un luogo che ci permetta di sopravvivere. Solo allora
forse potremo pensare a colui che un domani imbriglierà i nostri cuori… » disse
Terlea.
Nadìa annui e, sorridendo, chiese: «Da dove ti arriva tanta
saggezza?»
Terela rise a quelle parole. «Dalla mamma forse» rispose.
«Era sempre pronta a dare consigli a tutti, ricordi?»
«Già. E di lei cosa pensi?» disse Nadìa indicando verso
Nimoee con un lieve movimento del capo, come avesse paura di attirarne
l’attenzione. «Hai sentito quel suono? Credevo mi sarebbe scoppiata la testa.»
«Non so. Albruth era l’unico a tenere in qualche modo a
Nimoee. Lui e Felthri. E il vecchio druido era convinto che Nimoee fosse
speciale. Ricordi come la difendeva dalle accuse di essere una portatrice di
sventure?»
Nadìa annui ma prima che potesse aggiungere qualcosa la voce
di Brychan attirò l’attenzione delle sorelle.
Rimessasi in piedi, Brychan stava inveendo proprio contro Nadìa.
«No! Non mi importa se è una del clan. È una Lamia, è una
figlia di daevra! Devi ucciderla Bakuras! Non puoi lasciarla vivere! Hai visto
cosa ha fatto? Hai visto?» Mentre urlava mostrava a Bakuras le mani
insanguinate, i lividi, i graffi.
Bakuras tentava di calmare la rabbia della ragazza ma con
scarsi successi. Poteva solo frapporsi e impedire a Brychan di tentare di
aggredire Nimoee. Per la verità a Terlea non pareva che Brychan avesse questa
gran voglia di affrontarla apertamente come aveva fatto con Nadìa.
Nimoee teneva il volto premuto contro il petto di Felthri.
Aveva smesso di piangere. O almeno così a Terlea sembrava. Felthri la teneva ancora
tra le braccia mentre fissava Brychan iroso. Lyrd era arretrato fino poggiare le
spalle contro un enorme roccia e si copriva il volto con le mani singhiozzando
terrorizzato.
«Per la dea, basta!» tuonò Bakuras all’improvviso sollevando
le braccia. Tutti si volsero a guardarlo zittendosi.
«Ma cosa vi prende a tutti? Avete dimenticato perché siamo
qui? Cosa ci è successo? Cosa è successo al nostro clan, alle nostre famiglie,
a… tutto quello che avevamo?». Il volto di Bakuras era livido. Mentre parlava
si girava in continuazione per guardarli tutti in faccia. «Siamo gli ultimi
golkar-da. Se non restiamo uniti… cosa resterà del nostro clan?» quelle ultime
parole uscirono flebili e Terlea, più che udirle, le interpretò dal vago sussurro
che le giunse. Bakuras si lasciò cadere seduto, raccolse la lancia, se la mise
sulle ginocchia e rimase immobile a fissarne l’impugnatura ricca di iscrizioni
che suo padre aveva intagliato, a ricordo delle proprie gesta, alla fine di
ogni grande battuta di caccia.
Brychan rimase a guardare Bakuras per un istante con aria
sdegnata poi si voltò di scatto e si allontanò verso il torrente per lavarsi le
ferite badando a tenere una certa distanza da Terlea e Nadìa.
«Va a parlare con lui» ordinò Terlea alla sorella senza
distogliere lo sguardo da Bakuras.
«Io? E cosa dovrei dirgli? Io non…» iniziò a protestare
Nadìa ma Terlea la fermò afferrando alla sorella una delle mani che questa
agitava a mezz’aria.
«Ha bisogno di essere rassicurato. Che qualcuno gli dica che
sta facendo bene. Se perdiamo anche lui, chi ci guiderà?»
Nadìa osservò per un po’ Bakuras in silenzio. Terlea vide
molte cose sul viso di sua sorella: dubbio, paura, sconforto, incertezza, pena.
Mise una mano sulla schiena della sorella e la spinse verso il centro di tutti
quelle contrastanti emozioni.
Quando Nadìa fu in ginocchio di fianco a Bakuras, Terlea si
avvicinò di nuovo a Felthri e Nimoee.
Si accovacciò ma rimase in silenzio, preferendo aspettare
che fosse uno di loro due a parlare con lei per primo. Felthri la guardò per un
istante, nei suoi occhi c’era un immensità di gratitudine per il solo fatto che
Terlea si fosse avvicinata. Ma c’era anche molta paura anche se non seppe dire
per chi o cosa, se per il giudizio degli altri nei confronti di Nimoee o se
verso la sorella stessa.
Felthri sussurrò qualcosa all’orecchio di Nimoee e questa,
in tutta risposta, affondò ancora di più il volto nella casacca di lui.
Fu Felthri a rompere il silenzio tra loro.
«Mi dispiace» disse solo.
«E di cosa? Tu non hai fatto niente». Quando vide che lo
sguardo di Fenthri si indurì si affrettò ad aggiungere: «E nemmeno Nimoee. La
sua è stata una reazione comprensibile. Uhmmm… fuori dal comune certo, ma
vedere Nadìa e Brychan litigare deve averla spaventata più di quello che già
non era… » e allungò una mano posandola sulla spalla di Nimoee.
Questa da prima fece per ritrarsi poi sollevò il volto e si
girò a guardarla. Terlea non potè non concentrare lo sguardo su quell’occhio
lattiginoso. Il suo colore era quello di Tylika nelle notti limpide in cui
rifulgeva in tutto il suo pieno splendore.
«Va tutto bene, Nimoee» disse Terlea. «Brychan sta bene. È
solo… spaventata. Beh, tutti noi lo siamo. Ma nessuno si è fatto davvero male
e…»
«Tu non sai niente!» sibilò la ragazza stringendo gli occhi
e assumendo un’espressione di sfida. «Voi tutti non sapete niente. Mi chiamate
Lamia, strega e gangrlea. Mi odiate. Ma sai cosa ti dico? Fate bene. Perché io
avrei potuto ucciderla. Avrei potuto uccidervi tutti!» La sua voce era talmente
affilata e carica d’odio che a Terlea non sembrò nemmeno quella di Nimoee.
«Smettila Nimoee, ti prego. Non dire così. Nessuno ti odia.
E nessuno ti farà del male. Ci sono io proteggerti. Te lo prometto» disse
Felthri. La sua di voce era invece pregna di sconforto. Perfino a Terlea parve
chiaro che non credeva molto nemmeno lui a quanto stava affermando.
«Tu?» sibilò Nimoee. «E come? Abbraccerai anche me durante
le fredde notti a venire? Forse se ti spuntassero altre due braccia…»
Il sarcasmo di Nimoee fu interrotto dal ritorno di Memloch.
Quando parlò tutti si alzarono e volsero a lui. Sorrideva.
«Ho trovato un sentiero e delle tracce. Siamo scesi troppo a
valle. Dobbiamo risalire il torrente ma ho trovato un albero con incisi i
simboli che delimitano il territorio dei fialmann. Il villaggio non è lontano.»
Poi si guardò un po’ attorno scrutando i volti dei compagni
e, incerto, aggiunse: «È successo qualcosa mentre non c’ero?»
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